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Le Vie dei Castelli
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da La Repubblica - Palermo
del 03/10/2004
In viaggio tra torri e rovine nasce il turismo del Medioevo
Un circuito lancia gli itinerari fra trecento manieri
Quattro percorsi che toccano Carini, Erice, Enna e Montalbano Eliconadi
di
PAOLA NICITA
Un itinerario punteggiato da castelli e borghi medioevali per scoprire un altro lato della Sicilia, tra profumi di sapori perduti e suggestivi scorci di architetture. Per valorizzare un patrimonio ancora poco conosciuto è nato il Circuito castelli e borghi medioevali, che propone alcuni percorsi di grande bellezza.
Quattro gli itinerari previsti, elaborati da Virtus Viaggi, Istituto italiano dei Castelli e Wwf, in collaborazione con i comuni aderenti al circuito. E se si pensa che il patrimonio monumentale e storico del medioevo nell'Isola conta 303 castelli e 272 borghi e comuni medioevali, si comprende il potenziale di una simile proposta.
Il circuito, presentato in occasione della Medibit in corso alla Fiera del Mediterraneo, è una indicazione innovativa sia per il turismo locale che per i visitatori stranieri. Gli itinerari propongono, accanto alla scoperta delle possenti architetture, un tuffo negli antichi gusti dei luoghi, con un «viaggio nel gusto» pensato ad hoc, ripescando antiche ricette dimenticate, insieme ad un viaggio nella natura, alla scoperta di oasi protette e riserve naturali. Solo cosi si potrà realizzare un vero e proprio viaggio all'indietro nel tempo, grazie anche alla presenza di guide e personale specializzato che accompagnerà i visitatori.
II primo itinerario propone i castelli di Carini, Erice, Caltabellotta, Mussomeli, Pietraperzia, Pietraperzia, Enna, giungendo fino a Montalbano Elicona e Castelmola, in provincia di Messina. Il secondo privilegia la Sicilia orientale: Noto, Sperlinga, Paternò, Bronte, Randazzo. Il terzo e il quarto spaziano da Vendicari ad Acate, da Castelbuono a Cefalù. Nel complesso i percorsi propongono visite alla scoperta di luoghi come Isola Bella, riserva naturale, le gole dell'Alcantara, e poi Morgantina, Geraci Siculo, Caccamo e Caltabellotta.
Tra stradine acciottolate, torri, mura di difesa, finestre con bifore e architetture inerpicate su alte rocce, si potrà visitare una Sicilia che profuma di Medioevo.
Per informazioni si può chiamare il numero telefonico 091 324830.
di
PIERO LONGO
Chi, almeno da bambino, non ha mai sognato di abitare in un castello? Ma anche da «grandi», del resto, quando si vede un castello, la fantasia si sbizzarrisce inseguendo i miti e le leggende che queste antiche costruzioni suggeriscono.
Nell'immaginario collettivo il castello riconduce, infatti, ai sogni dell'infanzia e all'avventura, al senso del mistero che esso materializza nella grandiosità della sua mole svettante tra i boschi, sulle cime dei monti o arroccata nei luoghi più eminenti delle città che si sono sviluppate all'ombra delle sue torri merlate e dei suoi giardini. Quest'ultima immagine, esemplare nel caso del Palazzo reale di Palermo, l'antico
castrum superius
, è familiare ai palermitani che vi riconoscono l'origine della loro cultura urbana, ma è certamente significante anche in altri contesti urbani come Catania, col suo castello Ursino, Siracusa, con il Castel Maniace, Enna con il Castello di Lombardia, per non dire dei tantissimi altri centri minori come Caccamo, Castelbuono, Carini, Solanto, per restare nella provincia palermitana che ne conta più di trenta.
In tutta la Sicilia sono più di trecento i castelli medievali ancora esistenti, anche se molti di essi sono semplicemente dei ruderi affascinanti. E il fatto che oggi si torni a parlare di essi è certamente indicativo della mutata sensibilità e del nuovo interesse che suscitano di fronte alla importanza e vastità dei beni culturali dell'Isola.
Il recente testo, edito dalla Regione Siciliana — Centro per la catalogaziene e documentazione dei Beni culturali e dall'Istituto italiano dei castelli, documenta organicamente la ricchezza di questo patrimonio che caratterizza il paesaggio dell'isola, considerando la loro ubicazione territoriale nei tre Valli storici (111 nel ValDemone, 138 nel Val di Mazara, 80 nel Val di Noto) la tipologia, i caratteri stilistici, lo stato attuale e le potenzialità di recupero. Non rientrano in questa catalogazione circoscritta alMedioevo (dall'XI alXV secolo), ì castelli più antichi e quelli costruiti dal XVI secolo in poi; ma bisogna auspicare che tale catalogazione sia condotta a termine poiché non bisogna dimenticare che soltanto in Sicilia esiste un castello di epoca greca, l'Eurialo di Siracusa, il solo che documenti compiutamente l'architettura e l'ingegneria bellica di quella civiltà, per non parlare delle grandiose opere difensive a Selinunte e nelle altre città siceliote come Gela o l'antica Erice. Il grande capitolo dei castelli siciliani comprende inoltre anche i «
frouria
» dell'età bizantina in parte poi utilizzati o distrutti in età islamica. Infatti anche in questo campo la Sicilia si differenzia dal resto dell'Italia poiché soltanto con l'avvento dei Normanni si può parlare di una tipologia castellare che ripropone nell'isola quella dell'Europa medievale ed è significativo il fatto che soltanto dopo il 1230 con «
l'incastellamento del regno
» voluto da Federico II, si configurarono le più tipiche tipologie d'età sveva nelle quali, come a Siracusa, ad Augusta, a Paterno e altrove, la tradizione occidentale si articolò con quella di matrice islamica che razionalizzava geometricamente gli edifici riproponendo la straordinaria stereometria delle architetture palazziali di cui la Regia, la Zisa e la Cuba di Palermo, erano appunto i modelli.
In "
Architettura dell'età sveva in Sicilia
" di Giuseppe Bellafiore risulta chiaramente la peculiarità dei castelli federiciani che erano già dei castra-solacia cioè castelli-palazzo dai quali nasceranno poi i trecenteschi palazzi fortificati come lo Steri di Palermo, sul cui modello saranno ampliati e trasformati tutti i castelli che divennero poi dimore signorili fino al XVI secolo.
Si spiega cosi il particolare fascino dei castelli siciliani, palinsesti di inestricabile lettura che mettono in serie difficoltà i restauratori chiamati ad intervenire per salvarli e che fatalmente vengono traditi e manomessi per eccesso anche filologico. Ora i castelli vanno ritornando a nuova vita dopo essere stati abbandonati o utilizzati come ovili e pagliai o, quando è andata meglio, come carceri; soprattutto dopo il 1866 quando monasteri, palazzi e castelli, divennero, appunto, scuole, caserme, ospedali e carceri. Oggi si torna invece alla loro valorizzazione indiscriminata poiché la moda che ritorna, fino a chiamare castelli anche i palazzi neogotici, lascia intravedere il vuoto culturale che spesso sovrintende alle operazioni di «
recupero
».
Se è vero, come affermano molti sociologi, che quella del nostro tempo sia la società dello spettacolo, era fatale che l'attuale kermesse culturale portasse con sé anche il ritorno al castello che tra le «
case
» degli uomini è certamente la più spettacolare e con la sua idea di sfarzo e potenza suggerisce, forse, alla precarietà di questa caotica stagione della storia, quel senso di protezione e sicurezza di cui tutti sentiamo il bisogno. Nell'attuale fervore che caratterizza l'interesse per i beni culturali, il grande capitolo dell'architettura castellare in Sicilia merita perciò di essere considerato sia per gli aspetti storico-artistici e naturalistico-ambientali che ripropone, sia, soprattutto, per quel richiamo alla bellezza e all'armonia di cui tutti gli uomini hanno il diritto di fruire e il dovere di salvaguardare. Si debbono considerare anche gli aspetti economici e sociali che esso può stimolare positivamente la tanta parte del territorio isolano, ma bisogna vigilare affinchè non si trasformi in un volgare business consumistico quello che deve essere un vero recupero culturale.
Trovarsi di fronte a false ricostruzioni di cucine o di camere da letto, è certo un'offesa alla storia oltre che al buon gusto.
Un decalogo sull'uso corretto dei castelli
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da La Repubblica - edizione Palermo
del 20-11-2004
Finita la stagione del degrado non basta restaurarli ma occorre metterli in circuito esaltando le loro potenzialità
di
PIETRO PULVIRENTI
DALLE nebbie di un passato denso di dimenticanze è degrado sono finalmente riemersi i castelli, testimoni importanti di una stagione della nostra storia, l'età feudale, che la storiografia moderna, intrisa di neoclassicismo di matrice germanica, ha molto trascurato. Ma non ci si può solo compiacere del fatto che molti di questi imponenti edifici vengano restaurati e restituiti, potenzialmente, alla società moderna. Se non si vuole che cadano nuovamente nel degrado e nell'oblio, occorre pensare al loro futuro, cioè proporre soluzioni per il loro riuso.
Problema non facile in Sicilia, regione nella quale, a differenza di altre, le tipologie castellane sono estremamente variegate per epoca di costruzione e caratteristiche edificatorie. Vediamo allora di elaborare qualche proposta di riuso per le nostre situazioni castellane,ricordando che questo problema è comune un po' in tutta Europa, dove sono state adottate soluzioni diverse, caso per caso.
Per i grandi castelli regi federiciani (Ursino a Catania, Maniace a Siracusa, Augusta) il riuso potrebbe innanzi tutto consistere nell'essere questi edifici, musei di se stessi, previo accurato e filologicamente corretto restauro, nella prospettiva di diventare poi magnifiche sedi istituzioni culturali, quali biblioteche, musei storici e antropologici suggestivi contenitori di manifestazioni periodiche.
Perchè non pensarli, ad esempio, come sedi di festival cinematografici o rassegne documentaristiche annuali che coinvolgano anche i paesi della sponda sud del Mediterraneo? Non scandalizzerebbe poi più di tanto pensate anche alle grandi sfilate di moda, dato che in Sicilia i fermenti della grande moda sono oggi vivissimi. I grandi castelli feudali come Caccamo, Carini, Castelbuono, Mussomeli, che sorgono fuori dalle grandi città, oltre ad essere inseriti stabilmente nei grandi circuiti turistici (come pare si stia facendo) e sedi di biblioteche e musei comunali, potrebbero diventare suggestive luoghi di manifestazioni culturali ricorrenti; potrebbero essere utilizzati per organizzarvi settimane di musica medievale o come centri di importanti scuole di restauro architettonico (sedi decentrate dalle facoltà universitarie) o per convegni di studi medievali. Il castello di Caccamo e quello di Carini, anche per la disponibilità di spazi interni adatti, oltre che per la loro felice posizione geografica, si presterebbero benissimo a tale soluzione.
Infine i piccoli castelli feudali, di cui è ricca la nostra regione - Margana, Prizzi, Vicari o altri analoghi - potrebbero essere inseriti in circuiti di turismo ambientale, oggi di moda. Tenendo presente che molti di essi si trovano a distanze di 25-30 chilometri l'uno dall'altro, si potrebbe pensare ad itinerari di turismo equestre, sfruttando anche i percorsi delle antiche "regie trazzere", o in bici. Naturalmente questi castelli andrebbero restaurati e attrezzati in modo tale da soddisfare i bisogni specifici dei turisti, anche con il supporto di aziende agrituristiche da far sorgere in loco.
Infine, perché non reclamizzare la presenza dei castelli con appositi grandi cartelli stradali di colore particolare sulle grandi arterie di comunicazione della nostra Isola? In conclusione, si deve ricordare non solo che il recupero e la fruizione di un castello riguardano momenti ed esprimono concetti completamente diversi, ma anche che la ritrovata disponibilità di molti castelli pone l'esigenza di una loro corretta fruizione. Si assiste, purtroppo, a conflitti di competenza fra diverse amministrazioni pubbliche o fra queste e privati proprietari, circa l'utilizzo di questi beni architettonici.
Sarebbe forse opportuno arrivare alla elaborazione di una "Carta" del riuso, contenente i principi fondamentali a cui ci si dovrebbe attenere per evitare quei riusi impropri che potrebbero portare di nuovo a una stagione di incuria.
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