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Castello di Alcamo Visto: 1551
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CASTELLO DI ALCAMO (Alcamo - Trapani)

Castello di AlcamoPosto ai piedi del monte Bonifato, venne ritenuto dal De Blasi, nel suo «discorso storico» e dal Bambina, nella sua «storia ragionata», opera di quello stesso capitano Adelkamo, primo condottiero dei saraceni in Sicilia, anche nell'anno 828 fondò sul Bonifato stesso un grande castello (del quale oggi esistono solo i resti di una torre) e diede nome alla futura città.
Sembra invece che la sua origine non sia anteriore al tempo aragonese ed a convalida di questa tesi si notava, sopra una delle torri rotonde, lo stemma con un'aquila incoronata.
Detto stemma era certamente di quel tempo poiché altrimenti l'aquila sarebbe stata senza corona, come era infatti fino a quando rè Pietro I d'Aragona vi aggiunse tale simbolo reale che fu poi mantenuto dai suoi successori.
Stabilita così all'incirca la data della sua fondazione, il castello molto probabilmente fu edificato dal conte Raimondo Peralta dato che Giovan Luca Barberi narra di rè Pietro II il quale, con privilegio dato in Messina il 23 agosto 1340, concedendo al conte la terra di Alcamo, vi aggiunse la terra e il castello di Bonifato. Sembra quindi chiaro che, in quell'epoca, il solo castello esistente fosse quello sul monte mentre questo sarebbe stato creato
(e non soltanto restaurato) dal detto conte dopo il 1340.
Lo stemma reale da lui adottato può attribuirsi alla sua parentela col rè Pietro, essendo questi fratello di sua madre.
Ai Peralta seguirono i Ventimiglia e quindi esso venne occupato da Martino quando, divenuto rè di Sicilia, nel 1392 giunse nell'isola.
Sul 1408 egli lo cedette a Giaimo de Prades, dal quale ereditò la figlia che lo portò in dote al marito Giovan Bernardo Cabrera, figlio del famoso giustiziere conte di Modica, persecutore della regina Bianca.
Successivamente confiscato, assieme alla terra di Alcamo, venne poi restituito al Cabrera da rè Alfonso con privilegio del 1446.
Castello di AlcamoNove anni dopo, fu venduto a Pietro Speciale ma i discendenti Cabrerà, esercitando un diritto di ricompra, ne rientrarono in possesso per venderlo poi a Guglielmo Aiutamicristo i cui eredi lo tennero sino al 1741.
In seguito il castello pervenne agli Alvarez de Toledo e poi alla famiglia Fitz James Stuart (1816).
Nel 1410 circa, al tempo della venuta in Sicilia degli ambasciatori del re Ferdinando di Castiglia, anche Alcamo risentì della sommossa alimentata contro Bianca di Navarra che attendeva dal re la conferma del suo vicariato.
Una violenta lotta tra il popolo che parteggiava per Bianca e le forze del castello fedeli a Violante de Prades (futura moglie del giovane Cabrerà) sfociò una notte in un furibondo scontro nel quale questi ultimi, armati di bombarde, combatterono al grido di «viva donna Violante et la capra, et cui dichi altru mojra!». Con il nome di «capra» era indicata Timbore
Cabrera (o Caprera), figlia del conte di Modica, la quale nascostamente guidava la ribellione.
Dopo la vittoria ottenuta sui partigiani della regina, grandi feste e tripudi vi furono al castello tra i Prades e i Cabrera.
Verso il 1517, sotto il regno di Carlo V, vi trovò rifugio con i suoi figli Giovanni di Luna conte di Caltabellotta quando, per avere favorito la causa del viceré Ugone Moncada, temendo la vendetta del popolo, fu costretto a mettersi in salvo.
Trasformato in carcere il castello conserva oggi all'intemo appena qualche traccia degli antichi tempi mentre assai notevoli sono le torri, due quadrate e due rotonde, alternate ai quattro angoli, delle quali tre ancora in ottimo stato.
Sulle loro sommità, ove si giunge percorrendo gli spalti, si trovano specie di «tane», dalle volte bassissime, un tempo usate come prigioni e si vuole che nella più raccapricciante di esse sia stato tenuto lungamente in catene, proprio quale bestia feroce, un pericoloso bandito del luogo.
Nella facciata due belle finestre ad archi acuti con eleganti rosoni.



Castello di Venere Visto: 1467
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CASTELLO DI VENERE (Erice)

«Dell'ombroso pelasgo Erice in vetta
Eterna ride ivi Afrodite e impera, Da lei costiera».

CARDUCCI

Il castello, con merlatura bifora del XIII sec., unito al cosidetto Balio da un ponte attribuito anticamente a Dedalo e chiamato «ponte del diavolo» per una strana credenza popolare che lo voleva edificato per magia, si innalza sui ruderi del tempio di Venere del quale esistono ancora pochi avanzi.
Tanto sono antiche le origini di questo tempio che verità, mito e leggenda si fondono in una affascinante visione che ci trasporta nella preistoria di esso.
Al tempo dei sicani vi si adorava Zeus, il Dio della folgore, col quale essi erano in costante comunione attraverso la nebbia che tanto spesso avvolge la cima del monte.
Successivamente vi ebbe inizio il culto della Dea della fecondità e dell'amore che, dolce e materna, prevalse e fu tramandata ai Fenici che la chiamarono Astarte ed ai Greci per i quali fu Afrodite.
Divenuta regina dell'isola Licasta, chiamata Venere per la sua grande bellezza, sposatasi con Buto ebbe da questi un figlio. Enee, che edificò su questo monte una città a cui diede il suo nome ed un magnifico tempio «di pietre riquadrate disposte con bellissimo artificio» dedicato a Venere, in memoria della madre Licasta.
Secondo Virgilio invece sarebbe stato Enea ad edificare sul monte un tempio alla Dea Venere.
Queste le leggendarie origini del tempio che divenne poi storicamente famoso sotto i romani, tanto che tutti i loro magistrati giunti in Sicilia dovevano recarvisi per rendere omaggio alla Dea, partecipando ai suoi sacri riti, come si vuole dovesse fare lo stesso Cicerone, già avanzato in età.
E assai nota la prostituzione sacra che in quel tempo vi esercitavano le sacerdotesse del culto, le quali ogni giorno recavano al tempio l'offerta di una coppia di candide colombe ed una bianca capra scannata.
Particolarmente suggestivo appare il volo delle colombe bianche (già da molti secoli a.C consacrate alla Dea della fecondità) il cui mito aleggia ancora sul nebuloso monte ove si continua a raccontare che uno stuolo di esse, guidate dalla antica Dea in sembianze di colomba rossa, ogni anno se ne partiva per l'Africa e dopo nove giorni ritornava al tempio.
In questo favoloso lembo di Sicilia i romani raccolsero, fra gli altri, il mito di Enea, giuntovi dal mare, celebrato nella sua immortale opera da Virgilio.
I marinai adorarono la Venere Ericina quale loro protettrice, per il sacro fuoco che ardendo sull'acropoli li guidava nella notturna navigazione.
Poche e frammentarie le notizie che ci vengono tramandate del castello, dalla forma di immenso torrione. Alla fine del 1100, epoca in cui il monte venne chiamato S. Giuliano, si parla della sua esistenza e, secondo l'Amari, sarebbe stato già abbandonato al tempo di Guglielmo il Malo (1154 circa).
Trent'anni dopo il castello sarebbe stato invece descritto da Jbn- Gjobair «tanto amorosamente vegliato».
Interessante la traduzione, fatta dall'Amari, della «relazione» di questo famoso viaggiatore saraceno il quale, pur essendo incantato della bellezza del luogo non potè vederlo che da lontano perché i gelosi normanni non ne permettevano l'accesso ai musulmani: «Assai vicino all'istmo di Trapani si eleva una grande montagna con sulla cima un picco sul quale sorge un castello unito alla montagna da un ponte. La conquista della Sicilia dipende da questa fortezza. I cristiani non permettono ai musulmani di penetrarvi e, si dice, le donne di questo luogo siano le più belle dell'isola (che Iddio le faccia divenire schiave, dei musulmani!) e al minimo rumore esse verrebbero rinchiuse nel castello e verrebbe, tagliato il ponte». Ai normanni è anche attribuita l'edificazione, dentro le mura del castello della prima chiesa cristiana in Erice, dedicata alla Madonna della Neve.
Appare molto probabile che esso sia stato poi ampiamente restaurato dagli aragonesi ed è certo che durante la guerra del Vespro vi si asserragliarono gli angioini finché non ne furono scacciati dagli insorti ericini. Rè Federico III, sul 1315, dopo la tregua conclusa con Roberto di Napoli proprio alle falde dell'Erice, vi soggiornò per un periodo di riposo.
In seguito rè Martino, nel 1392, ordinò i restauri del castello (devastato dalle ultime guerre) che dall'alto del monte era stato testimone del suo sbarco in Sicilia. Tra il XVI e il XVII sec. fu utilizzato spesso come prigione e nel 1624 divenne dimora del capitano barone Nicolo Morso.
Interessante ancor oggi, il cosidetto «pozzo di Venere» dove si vuole che belle sacerdotesse si immergessero dopo il sacro rito.
Accanto all'ingresso alcuni lavori di riempimento sarebbero stati eseguiti nel 1600 dal castellano del tempo, Antonio Palma, usando materiale dell'antico tempio.
Sotto il castello sarebbero state ritrovate tracce di un camminamento e di una sala sotteranea. Completamente abbandonato esso continua lentamente a decadere ma le superstiti mura, alte e solenni, sfidano ancora i secoli.

Il Castello di Salemi - descrizione Visto: 2787
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CASTELLO DI SALEMI (Salemi)

Castello di Salemi - foto storicaLe sue origini sono attribuite a Ruggiero il normanno che lo avrebbe fatto edificare in quel luogo al fine di potere dominare le strade di transito.
Collegato con quello di Alcamo e Calatafimi (ora diruto), rimase fortemente armato fino al XV secolo a protezione di quella zona.
Nella bizzarra leggenda del luogo il castello sarebbe invece sorto a seguito di una gara, tra due fratelli ed una sorella (rimasta vincitrice), ciascuno dei quali aveva scommesso di edificare il proprio più in fretta degli altri. Sopra due alture circostanti, chiamate una «Sette soldi» e l'altra «Mokharta» sarebbero infatti gli avanzi degli altri due castelli mai completati.
Nel XIII sec. vi soggiornò il grande Federico II di Svevia ed in seguito (1296), quando Federico II d'Aragona alla morte del padre erasi fatto acclamare rè di Sicilia (ed il fratello Giacomo, rè d'Aragona, non volendo riconoscergli tale sovranità si unì col rè di Napoli e col figlio di questi, Roberto, per muovergli guerra), Salemi fu la prima città ad essere assalita dagli angioini i quali tentarono di espugnare il forte castello che però, molto ben difeso, resistette valorosamente.
Successivamente, nel 1359, sotto Federico III, essendo la città divisa fra due partiti dei quali l'uno era per il rè e l'altro per Luigi (figlio di Roberto nuovo rè di Napoli), i partigiani di Federico si impossessarono del castello mentre gli altri vi posero un forte assedio.
A seguito della vittoria di questi ultimi, giunse a Salemi lo stesso rè Federico, insieme al conte Francesco Ventimiglia e molti fedeli baroni, e riconquistò il castello.
Sul 1375 esso fu assegnato dallo stesso rè al gran giustiziere Artale Alagona e successivamente appartenne al conte Moncada.
Tornato poi alla corona vi dimorò rè Martino con la sposa Maria, quando nel 1392 sbarcato a Trapani si dirigeva a Palermo per la incoronazione.
L'11 Novembre 1411 si riunirono al castello i rappresentanti di Trapani, Mazara del Vallo,
Marsala, Monte S. Giuliano, Castelvetrano e Partanna, città parteggianti per Bianca di Navarra, allora vicaria del regno, (contro il famigerato Bemardo Cabrerà) e vi firmarono un accordo in favore della regina.
Due secoli dopo circa (1629) esso fu nuovamente sede di altra importante riunione fra gli esponenti della città, con a capo il barone Antonino Drago ed il conte Girolamo Tagliavia, i quali consegnarono solennemente ad appositi incaricati la somma di quattordicimila scudi, in gran parte da essi stessi versata e destinata a rè Filippo III di Sicilia, affinchè la città (e relativo castello) non fosse venduta per sopperire alle ingenti spese del reame in quel tempo (come avvenne per altre città demaniali).
Infine nel 1860 Garibaldi, recandosi da Marsala a Trapani, dovette sostare al castello, minaccioso guardiano del valico, e qui il 12 maggio egli issò il tricolore ed assunse la dittatura in nome del rè Vittorio Emanuele II.
Ancora imponente esso conserva, nella sua torre principale, ambienti dalle belle volte a spicchio mentre nel rustico cortile interno sporgono deliziose, piccole finestre bifore e la scala, che si svolge nelle grosse mura della torre, conduce alla terrazza da dove lo sguardo riposa nella ammirata visione del vasto panorama.
Il castello di proprietà comunale è attualmente sede di una pregevole biblioteca civica.



Castello di Partanna Visto: 2524
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CASTELLO DI PARTANNA (Partanna)

Castello di Partanna - PartannaFu edificato verso il 1400 da Vignato da Graffeo barone di Partanna, forse sui ruderi di un precedente castello della stessa famiglia.
Il Graffeo, dopo aver dato in pegno i suoi beni al mercante trapanese Francesco Benintendi, diseredò il figlio e fece donazione di tutto il patrimonio alla figlia Manna alla condizione che il ricco genero, Cristoforo da Perino, dovesse abbandonare il proprio cognome assumendo per sé e discendenti quello dei Graffeo e riscattando i beni pignorati.
Anche lo stemma con il motto: «Noli me tangere» passò al nuovo Graffeo. In seguito Onofrio Graffeo vi pose in salvo i figli di Federico Perollo (famiglia tristemente ricordata nella storia del castello di Luna), coinvolti nei tragici «casi di Sciacca», e successivamente anche lo stesso Federico.
Quasi nulla rimane della primitiva costruzione e delle preziose sculture di Francesco Laurana che a lungo vi soggiornò, sul 1468, per ornare con la sua arte la lussuosa dimora. Dell'illustre scultore si conserva ancora sul cortile lo stemma dei Graffeo e nella chiesa maggiore del paese una pila marmorea. Altri lavori attribuitigli, nella stessa chiesa, pare debbano invece ritenersi opera di artisti locali che lo hanno imitato. Del Laurana si vuole vi fossero anche, un tempo, nel giardino del castello, tredici piccole statue di marmo delle quali una raffigurava Giovanni Graffeo (o Grifeo), capostipite della famiglia, e le seguenti i dodici mesi dell'anno.
Il bel castello pur trasformato e restaurato nei secoli, con la ricca merlatura, il bel cortile interno ed il giardino sul retro, ebbe certamente sorte migliore di tanti altri immuni da recenti sovrastrutture ma abbandonati e cadenti.
Nel vasto salone è un grande affresco del XVII sec. raffigurante tré cavalieri cristiani in battaglia e sullo sfondo il castello di Partanna e il mare. Sullo scudo di uno dei cavalieri è scritto che Giovanni Grifeo I fu investito della baronia di Partanna nel 1132 per servizi resi a Ruggiero il normanno contro i saraceni; come ricordato in un privilegio di Federico II. In una parete dello stesso salone si nota uno sportellino che si apre su una piccolissima stanza chiamata «la cella della monaca», e si racconta che un tempo vivesse rinchiusa lì dentro, per voto, una religiosa della famiglia.
Interessante, sotto il castello, una fossa scavata nel tufo e fatta per conservare il grano. Durante l'ultima guerra essa venne prolungata in un lungo cunicolo sotterraneo, quale rifugio antiaereo. Nel 1941 il castello fu onorato della visita del principe ereditario Umberto di Savoia.
Attualmente proprietà della famiglia Adragna esso è confortevole e signorile dimora.



Castello di Salaparuta Visto: 2896
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CASTELLO DI SALAPARUTA (Salaparuta)

Castello di Salaparuta - SalaparutaLe poche notizie che ne abbiamo risalgono alla fine del XIII sec., epoca nella quale appartenne alla famiglia di Errigo Abate, assai celebre in Trapani, dalla quale pervenne a Domenica Alvira de Aversa. Da lei prese il nome di «Sala di Madonna Alvira», che conservò sino al XV sec.
Nel 1392 ne divenne proprietario Antonio Montecateno (o Moncada) ed in seguito alla sua ribellione, rè Martino, confiscato il castello, lo donò al proprio maggiordomo Michele de Imbo (1397). Questi verso il 1400 lo vendette a Ferrario de Ferreri e pochi anni dopo pervenne a Marco Plaia.
Sul 1462 ne era signore Geronimo Paruta, nipote di quel Ruggiero Paruta che nel 1436 fu viceré di Sicilia, e da questa famiglia il castello nel 1500 circa, prese il nome di «Salaparuta».
 Successivamente la loro discendente Fiammetta Paruta nel 1561 lo portò in dote a Giuseppe Alliata di Villafranca e verso il 1605 pervenne al loro primogenito Francesco Alliata Paruta il quale, nel 1625, ottenne da rè Filippo III di Sicilia, l'elevazione a ducato della baronia di Salaparuta.
Nel 1727 vi morì Giuseppe Alliata Colonna, grande benemerito del paese ove, tra l'altro, edificò una chiesa ed un convento. Il castello rimase ancora nella stessa famiglia sino al 1900 circa ed oggi è proprietà comunale.
Sotto la signoria degli Alliata vi furono fatti molti restauri tra i quali, nel 1716, quelli della grande torre quadrata mentre nel 1722 fu ricostruita quella più piccola e rotonda con merlatura bifora.
 Del 1763 è l'incisione che figura tuttora sulla trave di legno posta sotto l'arco della grande porta bugnata: «ANNO D.NI 1763 XX.MO SERVITUTIS D. SANCTORI CORSALE GUBER. M. ROS. MANGOGNA FECIT». Sopra un balconcino, ancora visibile uno stemma del XV sec. di casa Paruta.
Notevolissimi furono i ricchi arredi, fra cui preziosi dipinti del Van Dyck, che ornarono il castello nei suoi lunghi secoli di splendore, come risulta da un interessante inventario compilato nel 1630.



Castello del Balio Visto: 1173
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CASTELLO DEL BALIO (Erice)

Sul luogo ove forse le bellissime sacerdotesse di Venere intrecciavano le sacre danze dei riti, il castello è ancora circonfuso dalla eterna leggenda della Dea, che qui in Erice fu particolarmente adorata, e si compone di un gruppo di torri create al tempo dei normanni quali propaggini e difesa del grande castello da loro edificato sulle rovine del tempio.
Nel XIV sec., regnando Federico III e poi Martino, la castellania di Erice apparteneva alla famiglia trapanese Abate, celebre per aver segnato, attraverso suoi uomini illustri, numerose pagine di storia siciliana. Essa divenne famosa anche per aver dato vita a un santo, quel S. Alberto degli Abate (del XIII sec.) che forse ebbe a scegliere a sua dimora una di tali isolate torri dove, circondato da tante memorie sacre e pagane, avrebbe dedicato la sua vita a Dio.
Dette torri poi, con atto stipulato nel 1872, furono cedute al trapanese Agostino Sieri Pepoli, il quale, avuta questa concessione dalla amministrazione comunale del tempo, ebbe però l'onere di restaurarle e crearvi attorno un grande giardino per utilità pubblica. Nacque così il bellissimo parco detto «Balio» poiché creato su quel piano che immetteva al castello nel quale, un tempo, risiedeva il «Baiolo» e cioè colui che amministrava la giustizia civile.
Le belle torri restaurate e collegate, pur senza il fascino degli antichi tempi, si presentano oggi con l'aspetto di un vero e proprio castello medioevale, emergente con la sua agile struttura dalla nebbia (che in ogni stagione tanto spesso lo avvolge) quale favolosa visione che svanisce e riappare...
E' proprietà delle famiglie Adragna, Sieri Pepoli e Serraino.

Castello di Castellammare del Golfo Visto: 1200
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CASTELLO DI CASTELLAMMARE (Castellammare del Golfo)

Castello di Castellammare del Golfo - foto storicaDi origini molto antiche, poiché sarebbe stato il cosiddetto «Medarez» degli arabi, venne abitato dai normanni, fortificato dagli svevi, occupato dagli angioini e dopo aver subito la quasi completa distruzione da parte di Federico II d'Aragona fu da lui stesso ricostruito e assegnato a Federico di Antiochia.
Alla ripresa delle ostilità questi, militando con i francesi, ne permise l'occupazione a Roberto d'Angiò finché i siciliani, fedeli a Federico, con eroici assalti riconquistarono il castello (1316 circa).
Pietro II d'Aragona lo destinò poi a Raimondo di Peralta al quale subentrarono gli eredi Guglielmo e Nicolo.
Nel 1399, rè Martino lo assegnò a Giovanni Perollo ma lo restituì poi alla famiglia Peralta, nella persona di Calcerando.
Divenuto in seguito proprietà di Pietro Spadafora Ruffo, che lo assegnò in dote alla figlia, pervenne a Sigismondo di Luna. Egli lo vendette a tale Nicolo Afflitto dal quale lo ebbe il genero Giacomo Alliata, cancelliere del regno.
Successivamente esso tornò alla famiglia Luna e ne fu castellana la famosa Luisa di Luna Vega chiamata «la bella signora di Castellammare» (1595).
Essa sposò un Moncada la cui famiglia, sul 1649 vendette il castello a Francesca Balsamo Aragona principessa di Roccafìorita.
Lo ereditò il figlio Pietro Balsamo e dopo di lui, in successivi passaggi Diego Aragona Tagliavia, Giovanni Ventimiglia conte di Geraci, Baldassare Naselli (1698).
Castello di Castellammare del GolfoEdificato proprio in cima alla lingua di terra che forma quel piccolo delizioso porto, era anticamente unito al sobborgo da un ponte levatoio (oggi in muratura) che lo rendeva inaccessibile alle insidie nemiche.
Sulle antiche larghe mura di cinta sono adesso numerose casette di pescatori ed ai piedi della torre, posta sull'estremo lembo di roccia, si vede ancora la leggendaria «vasca della regina», piccolo specchio di mare chiuso da scogli, dove una bellissima regina usava dilettarsi di pesca,
Si narra che essa amasse anche bagnarvisi in mezzo ai pesci più strani, per forma e colore, che i pescatori catturavano per lei.
Tra la gente del luogo vive, tramandata da secoli, la pietosa storia di questa regina che, per disinganni d'amore, si sarebbe uccisa gettandosi dall'alto della torre in questa «sua» vasca, da lei tanto amata.
Interessante la piccola porta ancora visibile alla base della torre, dalla quale, per mezzo di gradini tagliati nella roccia, si scendeva direttamente in acqua.
Del 1537 circa è un importante fatto d'armi verificatosi tra il popolo ed il pirata rais Sinam, chiamato comunemente «il giudeo», il quale terrorizzava tutta la costa depredandola. In un antico scritto si legge che «tra le altre petri di ferro colate» se ne trovava allora nel castello una più grossa «chi tirau lu judeo quanu vinni cun la sua armata in castellu».
Attuale proprietario Giuseppe Cassarà.



Castello di Castelvetrano Visto: 1235
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CASTELLO DI CASTELVETRANO (Castelvetrano)

Castello di CastelvetranoDel primitivo castello, di epoca aragonese, sappiamo soltanto che venne assegnato a tale Tommaso Leontino e successivamente a Bartolo Tagliavia, cameriere della regina Eleonora (1296).
Dopo alcuni secoli esso pervenne a Giovanni Vincenzo Tagliavia il quale, verso il 1538, ricevette il titolo di conte di Castelvetrano ed il cui nipote Carlo Tagliavia Aragona, che ereditò il castello, ebbe conferito da rè Filippo I di Sicilia, il titolo di principe e per le sue alte cariche fu appellato «magno siculo».
Con Giovanna Tagliavia Aragona Cortes, che sposò Ettore Pignatelli, il castello passò a questa nobile famiglia la quale acquistò anche il titolo principesco di Castelvetrano. Dal 1912 al 1930 ne fu signore il principe Diego Pignatelli dal quale pervenne alla figlia principessa Anna Maria Pignatelli Cortes, attuale proprietaria.
Nel 1613 grandi feste vi si tennero per il trionfale arrivo di Ottavio d'Aragona, reduce della vittoria contro i turchi. Egli vi giunse accompagnato dal viceré del tempo duca d'Ossuna e seguito dai cristiani liberati e dai prigionieri in catene.
Qualche anno dopo, nel 1622, il castello nuovamente in festa si accinse ad accogliere il maestoso corteo di Don Giovanni Tagliavia Aragona, il quale, avendo già preso possesso del regno di Sicilia a nome del nuovo rè Filippo III di Sicilia, tornava dalla Spagna con la sposa Giovanna Mendoza.
L'aristocratica e ricca dimora divenne però assai nota nei primi anni del sec. XIX poiché ad essa è legata una pagina della complessa vita di Maria Carolina, la famosa regina austriaca (sposa di Ferdinando I di Borbone rè delle due Sicilie) tanto discussa e forse troppo calunniata, la quale vi rimase confinata per 84 giorni che segnarono la fine della sua permanenza in Sicilia.
In attesa del suo arrivo molti lavori si fecero al castello sotto la direzione dell'architetto Cardona e tutti i cittadini furono tassati per sopperire alla spesa, mentre il fausto arrivo
(assai nefasto invero per la regina) venne molto ritardato per la riluttanza di Maria Carolina ad abbandonare gli affari di stato.
Infine, costrettavi dal famoso Plenipotenziario inglese Lord Bentinck, il 13 Marzo del 1813 essa fece il suo ingresso al castello, accompagnata dal figlio Leopoldo e da numeroso seguito di dame e cavalieri.
Le festose accoglienze tributatele dalla popolazione furono in gran parte sincere, poiché essa aveva il ruolo della vittima e per il popolo, buono e generoso, era pur sempre la propria regina.
Durante questa sua residenza Maria Carolina si diede con fervore alle pratiche religiose ed alle opere di bene, facendosi molto amare da tutta la povera gente che presso la regale dimora trovava assistenza e conforto.
Essa però non era donna da arrendersi facilmente ai colpi della sorte e si vuole che tenesse pratiche occulte con segreti messaggeri, che di notte si recavano al castello, e che tentasse di organizzare una sollevazione contro gli inglesi. Anche della sua vita amorosa si è molto discusso e persino in relazione a questo periodo senza tener conto che essa aveva allora ben 61 anni di età e molti affanni come, dal castello, ebbe a scrivere a Lord Bentinck: «Mon àge et ma sante detruites par vingts années de peines de chagrins et de persecution...».
Molti illustri personaggi si recarono a rendere omaggio alla regina durante la sua forzata permanenza in Castelvetrano, e fra essi il principe Diego Pignatelli, il marchese Giacomo di Saint-Clair, Don Giuseppe Lanza Branciforti principe di Trabia il conte di Sommatino.
Anche il rè si recò al castello per trovarvi la moglie, soffermandosi qualche giorno.
Infine l'inflessibile Bentinck costrinse la regina a lasciare la Sicilia ed il 14 Giugno di quell'anno essa, abbandonato Castelvetrano col figlio Leopoldo, partì per l'Oriente.
Interamente cancellato il primitivo aspetto del castello dalle successive modifiche, esso, nella sua attuale struttura, non è più che un bel palazzo dalle linee severe. Nel primo piano ospita gli uffici comunali.



Castello La Colombaia di Trapani Visto: 2534
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CASTELLO LA COLOMBAIA DI TRAPANI (Trapani)

Castello La Colombaia di Trapani - TrapaniInnalzato sopra una piccolissima isola al centro della rada di Trapani, trae il suo nome dalla deliziosa leggenda dell'Erice (il favoloso monte sovrastante la città)poiché si vuole che le mitiche colombe, nel loro volo verso l'Africa, posassero su questo isolotto da dove, con supremo sforzo, superavano il mare.
La sua antichissima origine sarebbe attribuita ad Amilcare Barca al tempo della prima guerra punica. Si narra poi che il console romano Numerio Fabio, nell'assedio della città, conquistò la Colombaia assaltandola di notte ed uccidendone il presidio cartaginese.
I romani avrebbero occupato la rocca anche sotto il consolato di Lucio Metello. Da simili vetuste origini, vere o leggendarie, nasce il famoso detto popolare: «cchiù vecchiu di la Culummara di Trapani». L'attuale castello del tempo aragonese fu anche dimora della regina Costanza, sposa di Federico III, quando, venuta a Trapani dalla lontana Aragona, non le fu consentito di raggiungere subito il rè. Successivamente esso venne ampliato da rè Martino che, in occasione dell'arrivo della giovane sposa Maria, fece eseguire la costruzione di un apposito pontile. Nel 1586, sotto il regno di Filippo d'Austria, I di Sicilia e II di Spagna, il castello, su progetto dell'architetto Camillo Camilliani, venne ancora ingrandito ed abbellito.
Infine, al tempo di rè Carlo II, essendo la Sicilia in pericolo per una probabile invasione turca, il viceré principe di Ligny, avuta dal Parlamento Siciliano la somma di duecentomila scudi per le fortificazioni marittime, si recò subito a Trapani ove fece rafforzare il castello e costruire sulla sponda opposta, all'estremo lembo dell'insenatura, una grossa torre che prese il suo nome (1670 circa).
All'esterno del castello, una lapide posta tra due grandi stemmi del Ligny:
«AUSPICE CAROLI SECUNDI HISPANIARUM ET SICILIAE REGIS MARIAE ANNAE REGINAE GUBERNATRICIS CLAUDIUS LAMOTALDUS PRINCEPS DE LIGNE DAMBLIZI ET SACRI ROMANI IMPERII SIVERANUS DE FAGNOLLES S. SICILIAE PROREX VIGILANTISSIMUS ISTIUS REGNI SECURITATI HOC PROPUGNACULUM EREXIT MDCLXXI»
All'interno, tra lo stemma del viceré Paceco e quello di Filippo II di Sicilia e III di Spagna, altre lapidi precedenti (1607).
Dall'alto della sua torre, che ancora internamente conserva tracce di architettura trecentesca,si scorge l'intera città con le sue caratteristiche saline e, verso il mare aperto, lo sguardo spazia all'orizzonte, dove la misteriosa Africa si profila nelle terse giornate mentre nelle notti serene appare il faro di Capo Bon.
Il castello è da lungo tempo trasformato in carcere e la vastità del panorama di cui anche i detenuti possono godere (data l'eccezionaiità del luogo circondato dal mare) dona loro una illusoria libertà che tanto contrasta con la triste clausura.



Localizzazione Castelli della Provincia di Trapani Visto: 1168
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