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Castello di Caccamo Visto: 1562
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CASTELLO DI CACCAMO (Caccamo - Palermo)

Castello di Caccamo (Caccamo - Palermo)Maestosamente bello, turrito e merlato, può considerarsi uno dei più grandi castelli d'Italia ed il più notevole di quelli esistenti in Sicilia.
La sua prima origine pare assai remota ma le sicure notizie che ne abbiamo non sono anteriori al tempo dei normanni, quando fu trasformato e rafforzato, sotto Guglielmo I detto il Malo, da quel Matteo Bonello che tanta parte ebbe nella storia dell'isola.
Nel 1160 questi si rifugiò nel suo forte maniero dopo avere ucciso l'ammiraglio Majone, perfido confidente del rè, ed in seguito vi si riunirono tutti i ribelli a Guglielmo.
Ogni loro sforzo fu però vano. Il Bonello venne imprigionato e, «dopo avergli cavati gli occhi e tagliati i nervi sopra i talloni, gettato a morire in un fondo di torre». Tutti i suoi beni furono confiscati ed il castello passò alla reale giurisdizione.
Con la successione al trono di Guglielmo II, ancora bambino, la madre Margherita di Navarra ne concesse la signoria al francese Giovanni Lavardino. Egli però fu ben presto costretto a lasciare l'isola per la ostilità del popolo ed il castello ritornò al demanio (1169).
Sotto Federico II di Svevia (1203) ne divenne signore il genovese Paolo Cicala.
Dopo altre numerose vicende, allo scoppio della guerra del Vespro, anche qui si insorse «contro i francesi e dal castello partirono gli arcieri che uccisero, nell'ormai distrutto castello di Vicari, il famoso Giovanni di Saint-Remy, tiranno al soldo di Carlo d'Angiò.
Castello di Caccamo (Caccamo - Palermo)Con la sopravvenuta signoria dei Chiaramente fu reso inespugnabile e resistette all'assedio del 1302 da parte angioina.
Decapitato Andrea Chiaramente nel 1392 a Palermo, rè Martino assegnò il castello a Gherardo Queralt.
Da questi pervenne ai Prades (1395) che lo ingrandirono ed arricchirono notevolmente creandovi il grande salone delle armi.
Lo ereditò la figlia Violante che lo portò in dote al giovane Bemardo Giovanni Cabrera (1420).
Per linea femminile divenne in seguito proprietà degli Henriquez (1480) le cui armi si vedono scolpite sulle sue mura.
In quel tempo, sotto Giovanni Alfonso Henriquez, viceré di Sicilia, la città di Caccamo ricevette lo stemma che si vuole un tempo ebbe Cartagine (una testa di cavallo), con aggiunte le tré gambe di Sicilia.
L'Inveges narra infatti come il primitivo suo nome fosse «Caccabe» voce cartaginese che significa testa di cavallo ed antico nome della città di Cartagine poiché, a suo avviso, Caccamo sarebbe stata edificata dai cartaginesi.
Detto stemma figura tuttora nell'androne del castello.
Questo e la contea elevata a ducato, vennero acquistati sul 1660 da Filippo Amato principe di Galati e verso il 1813 tramandati per linea femminile alla famiglia De Spuches.
Più volte restaurato esso rivela inevitabili deturpazioni ma ne queste ne le offese del tempo poterono diminuirne l'imponenza.
Bellissima la larga rampa di accesso (creata sul 1600 al posto della precedente, meno grandiosa, che per altro lato conduceva al castello) svolgentesi tra le mura di cinta e sulla quale passavano le pittoresche cavalcate di un tempo...
Nell'androne d'ingresso, su una pietra murata, una volta posta sulla torre più alta ora diruti si trova la seguente breve iscrizione:

«TEMPORE FELICI ONES GAUDENITAMCI DU FORTUNA PERIT NEMO AMICUSERI».

Nella corte, sopra il grande portone, una lapide del 1665 ricorda la signoria di Antonio Amato.
Notevole il grande salone, con molte pregevoli armi alle pareti e complete armature mentre in altra stanza, dentro una specie di alcova, è ancora visibile la botola di una segreta via d'uscita.
Più nulla dei ricchi arredi del tempo dei Chiaramonte nel quale il castello ebbe il suo pieno fulgore e assai poco dei primi anni della signoria dei De Spuches poiché si vuole che uno di questi, tipo straordinariamente prodigo, vissuto nel secolo scorso, svuotasse quasi il castello del suo prezioso contenuto, del quale due magnifici arazzi siciliani a disegno orientale figurano oggi nel museo di Termini Imerese.
Castello di Caccamo (Caccamo - Palermo)Di questo nobile signore si narra anche un singolare, commovente episodio. Alla sua morte avvenuta a Termini, il popolo di Caccamo non volendo rinunziare ad avere presso di sé le spoglie del suo benefattore, vietando la legge le sepolture in chiesa, si recò di notte a rubarne la salma che seppellì nella propria cattedrale dove se ne vede tuttora la lapide.
Ancor oggi la nobile famiglia, a differenza di molte altre, cura in gran parte la difficile conservazione del grandioso e storico maniero.
Splendide le terrazze dalle quali ci si affaccia sulla grande vallata ed orrende le sotterranee prigioni.
Sopra una lastra, nel muro della rampa, un'antica incisione raffigura una mano reggente la bilancia, con le iniziali D.I.V.Q.I.T., che stava a dimostrare il potere del castellano di amministrare giustizia.
Attuale proprietario Antonio De Spuches principe di Galati, duca di Caccamo e di Santo Stefano.



Castello di Trabia Visto: 1131
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CASTELLO DI TRABIA (Trabia - Palermo)

Castello di Trabia (Trabia - Palermo)Le sue origini sono molto antiche poiché ad esso pare si riferisca Edrisi nella sua descrizione della Sicilia, fatta in lingua araba nel 1153, parlando di un'amena rocca chiamata «della Trabia», parola che significava magione.
Da un privilegio di rè Federico III d'Aragona si apprende come, al suo tempo, vi fosse un molino della regia curia dato in concessione a tale Bertino Cipolla ed alla sua morte ceduto dallo stesso rè, a Lombardo De Campo.
Nel 1408 circa divenne proprietà di Guglielmo Tricotta e poi di Bernardo Tricotta che, per testamento, lo lasciò al convento del Carmine di Palermo.
II convento lo cedette a Leonardo Bartolomeo il 21 agosto 1441 e l'atto fu poi confermato da re Alfonso con privilegio del 15 dicembre 1445.
Il Bartolomeo, protonotaro del regno, avendo come unica erede la nipote Eloisia, decise di darla in moglie a Blasco Lanza, assicurandogli la successione della Trabia, del palazzo di Palermo e di tutti gli altri suoi beni.
Con l'avvenuto matrimonio il Lanza divenne quindi «di Trabia» e da allora la rocca fu proprietà di tale famiglia.
Morta Eloisia, Blasco sposò in seconde nozze Laura Tornabene, di nobile famiglia catanese, ricuperando così altri cespiti di casa Lanza, un tempo ceduti ai Tornabene.
Antonio Filoteo da Castiglione nella sua descrizione dell'isola, scritta nel XVI secolo, narra di una forte rocca detta delta Trabia del barone di Castania di casa Lanza, dove sono i trappeti per fare i zuccheri delle cannamele» e che «questo castello è posto sul lido accanto ad una bella tonnara periciocchè in questo mare gran quantità di tonni si piglia al tempo convenevole».
Quando rè Ferdinando II d'Aragona, il 14 novembre 1509, eresse in «feudo nobile» la terra di Trabia, Blasco, fortificando il castello, vi pose sopra l'arma dei Lanza in un grande scudo del Gagini.
Successivamente i siciliani, ribellatisi al viceré Ugone Moncada (che cercava occultare al popolo la morte di rè Ferdinando finché non avesse ricevuto conferma alla sua carica dal nuovo rè Carlo V d'Austria) e volendolo sostituito da Jacopo Albata, vice giustiziere del regno, si sollevarono contro il Moncada ed i suoi partigiani.
Tra questi fu perseguitato il Lanza che, da valente uomo di legge, aveva difeso la causa di Ugone contro i suoi avversari, recandosi a Bruxelles da rè Carlo.
Dopo avergli invaso e bruciato la casa di Palermo i ribelli assalirono il castello di Trabia appiccandovi il fuoco (1517) e, nella notte, altissime si levarono le fiamme avvolgendo il superbo, turrito castello sulla scogliera.
Questi i versi del Betti:
... una notte...
al castello incantato daremo fuoco.
Da ogni finestra una fiamma ha da fiorire
e tutto come un sogno ha da svanire...

Gli assalitori furono poi costretti a riparare i gravi danni ed a Blasco, in compenso dell'onta subita, vennero assegnate alte cariche.
Nel 1535 morì il «primo Lanza di Trabia» ed il figlio Cesare fece poi ingrandire il castello ed applicare la seguente iscrizione:

«CAESAR LANCEA CONJUNCTIS SCOPULIS ARCEM HANC EXTRUXIT. MDLXXV».

Si narra che dopo il tragico «caso di Carini» Don Cesare Lanza barone della Trabia, di Castania e Santa Marina, vinto dal rimorso per avere in quella fatale notte ucciso la propria figlia Laura La Grua, abbandonando il mondo e tutti gli onori che esso largamente gli donava si sia ritirato, per volontario esilio, in questa sua rocca. Esilio che egli avrebbe interrotto per isolarsi ancor più nel solitario castello di Mussomeli.
Durante questa sua permanenza a Trabia, i cittadini di Termini, eredi di antico odio verso i vicini feudatari, gli imputarono l'uccisione di tale Simone Pisano, giurato terminese, per cui il Lanza dovette recarsi a Bruxelles ed ottenere grazia da Carlo V.
Gli successe Ottavio Lanza e nel 1582 nacque la di lui figlia Elisabetta (battezzata nella chiesa del castello da poco edificata) divenuta poi contessa di Gibellina la quale, rimasta vedova, si chiuse nel monastero di S. Vito.
Nel 1601 re Filippo II di Sicilia, concesse ad Ottavio il titolo di principe sul feudo e castello della Trabia con ordine di primogenitura ed in seguito Ottavio II, principe di Trabia, migliorò le condizioni del paese allargandone i confini (1633).
Un secolo e mezzo dopo, il principe di Trabia, Pietro Lanza, nel 1784 trasformò il castello in operoso stabilimento poiché all'industria del tonno aggiunse quella del panno, dei biscotti, dell'olio di «nozzolo» e della colla.
L'austera residenza venne così riempita dal fragore di simili imprese, certamente nobili ma tanto in contrasto con la poesia del luogo, finché questa prosaica parentesi ebbe termine con la morte del principe Pietro nel 1811.
Il castello venne poi abitato dai suoi proprietari soltanto al tempo della tonnara ed altro principe Pietro nel 1835 istituì fra le sue mura una «società filodrammatica» che vi durò alcuni anni.
Suggestivo e pittoresco sull'alta costa rocciosa, il castello conserva anche, intatta, una antica torre, un tempo adibita a carcere, che si innalza solitaria al centro del cortile interno.
Tuttora proprietà della stessa famiglia, la ricca e ospitale dimora è stata recentemente restaurata, con appassionata cura, dal principe Raimondo Lanza di Trabia.



Castello di S. Nicola Visto: 1294
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CASTELLO DI S. NICOLA (Palermo)

Sopra una bassa scogliera in riva al mare, fu edificato verso la fine del XV sec. dall'architetto Tommaso Ansalone o, secondo il Fazello, per Tommaso Crispo circa un secolo prima.
Anch'esso, come quelli vicini di Solanto e Trabia, ebbe lo scopo di proteggere quel tratto di mare dalle aggressioni dei pirati turchi che, in quei tempi, avevano preso di mira le spiagge siciliane più ricche di pesca.
Accanto vi si trova infatti ancor oggi la antichissima tonnara della quale sappiamo che sul 1361 apparteneva a Perrono Gioieni il quale, in tale epoca, si ebbe da rè Federico III un diritto sulle tonnare del territorio di Palermo.
Nel 1509 tali diritti sulla tonnara di S. Nicola pervennero ad Antonino Spadafora.
Al tempo che intercorre tra queste due date è attribuita la costruzione del castello, con le sue tre torri delle quali una, al centro, alta ed elegante, contiene tre sale rotonde sovrapposte e terrazza in alto alla quale si giunge per una interessante, strettissima scala ricavata nello spessore del muro.
Pervenuto, come si è detto, allo Spadafora il diritto di pesca, è probabile che anche il castello dovette appartenergli e che, insieme, nel 1598 siano passati per linea femminile a Vincenzo Bardi Mastrantonio Bologna la cui figlia Giulia lo avrebbe portato in dote a Giulio Pignatelli (1646 circa).
Sul 1657 lo si vuole proprietà di Antonina Ventimiglia Bardi marchesa di Altavilla dalla quale lo ereditò il figlio Giuseppe Bologna (1682).
In seguito il castello fu della famiglia Valdina e da questa pervenne ai Mantegna principi di Ganci, attuali proprietari



Castello di Solanto Visto: 1492
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CASTELLO DI SOLANTO (S.Flavia - Palermo)

Castello di Solanto - S.Flavia - PalermoEdificato al tempo di rè Ruggiero sopra una grande scogliera, era anticamente destinato, come tanti altri, a protezione di una attigua tonnara.
Questo piccolo baluardo ebbe in dono dalla sorte di divenire improvviso ed imprevisto asilo della più bella e nobile delle regine di Sicilia, in un momento della sua vita di donna e di sovrana denso di terrore.
Da una sala di esso ci balza incontro, narrato a vivi colori in una serie di dipinti, questo episodio dei tempi antichi, che non è leggenda ma storia. La romanzesca fuga di Bianca di Navarra da Palermo, avvenuta nel 1410, per sottrarsi all'accanito e potente Bernardo Cabrera che voleva a tutti i costi far suoi la donna e il regno.
Egli infatti, dopo averla assediata di castello in castello per quasi tutta l'isola, tentò sorprenderla di notte nello Steri di Palermo mentre Bianca, avuta notizia del suo arrivo, fuggì disperata con le sue ancelle e, per la gran fretta, rinunciò pensino a vestirsi.
Seminuda e con i lunghi capelli disciolti, corse verso il porto dove trovò rifugio sopra una galera ormeggiata presso la riva.
Le ombre della notte celarono il misero spettacolo della orgogliosa regina, ma pur sempre fragile donna che assieme alle sue dame, con la lunga camicia tirata fin sopra i ginocchi entrava senza esitare nelle gelide acque del mare per raggiungere la salvezza. Frattanto il vecchio Bernardo giunto allo Steri e non trovatavi la bella preda, penetrò nelle sue stanze appena abbandonate e furente di rabbia e di desiderio fece «molte cose apertamente in guisa di un matto».
Castello di Solanto (S. Flavia - Palermo)La fuggitiva navigava intanto alla ricerca di un asilo, che trovò nella piccola rocca di Solanto.
Tutte scene riprodotte nei quadri.
Cabrerà la raggiunse poi anche qui e cercò ancora, con lusinghe e minacce, di piegarla ai suoi voleri finché il 15 febbraio di quel 1412, alla presenza degli ambasciatori spagnoli, venne concluso un accordo per il quale furono convocati al castello Antonio Moncada e Calcerando Santapau per parte di Bianca, e Arcimbao di Foix e Artale di Luna pel Cabrera.
Accordo fatto tutto a vantaggio di lui e danno della regina ma che viene subito dopo violato dai partigiani di essa.
E tale storia, che a volte sembra un romanzo, continua...
Quale proprietà demaniale il castello venne assegnato da Federico III a Manfredo Layhabixa, dietro certo compenso sugli introiti della tonnara.
Successivamente re Martino, nel 1392, concesse castello e tonnara a Francesco de Casaya. Il figlio di questi nel 1415 vendette il castello a Corrado Spadafora e nel 1500 circa
apparteneva ancora a questa famiglia, nella persona di Giovanni Antonio Spadafora barone di Solanto.
In seguito esso pervenne a Gerardo Alliata, genero dello Spadafora (1517) alla cui casa rimase fino al 1660 circa con Ludovico Alliata barone di Solunto. In quell'epoca venne venduto ad asta pubblica ed acquistato da Asdrubale Termini duca di Vatticani.
Al tempo di Carlo II furono signori del castello Francesco Catena (1666) e poi Mario Antonio Ioppulo Colnago principe di S. Elia (1682).
In seguito, per linea femminile pervenne a Cristoforo Riccardo Filingeri principe di S. Flavia (1765).
Si vuole che poi Ferdinando I di Borbone vi abbia soggiornato per alcuni mesi, dilettandosi di pesca.
Interessanti, in una piccola sala del castello, gli stemmi dei signori che lo possedettero da rè Ruggiero in poi fino al 1879, anno in cui pervenne a Benedetto Mantegna principe di Gangi i cui discendenti ne sono tutt'ora proprietari.



Castello di Carini Visto: 2168
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CASTELLO DI CARINI (Carini - Palermo)

Castello di Carini (Carini - Palermo)Secondo uno scritto dell'arabo Edrisi, la sua primitiva costruzione sarebbe attribuita al tempo di Guglielmo II.
Il Pirri invece lo ritiene edificato da Manfredi Chiaramonte su opere saracene.
Comunque sia il castello venne certamente modificato dopo il XIV sec. e dal 1400 circa si sussegue senza interruzione la signoria dei baroni e principi La Grua, il cui stemma, una gru, vi figura spesso.
Cupamente suggestivo, divenne famoso quale teatro di una storica fosca vicenda divenuta leggendaria.
Il 4 dicembre 1563 la bella castellana Laura Lanza baronessa di Carini, moglie di Vincenzo La Grua, vi morì tragicamente e la fantasia popolare ne fece la romantica figura della sua leggenda.
Si narra che la bellissima dama palermitana, per la sua dissolutezza, venisse confinata in questa feudale dimora.
Qui essa continuò una relazione amorosa col cugino, Don Ludovico Vernagallo, che ogni notte «sopra un poderoso destriere» la raggiungeva al castello.
Tradita da un frate del vicino convento essa, nella fatale notte del quattro dicembre, venne sorpresa ed uccisa dal padre Cesare Lanza, uomo quanto mai geloso e spietato. Dell'orrendo episodio rimase nei secoli una strana «manata di sangue», impressa dall'uccisa sopra una lastra di marmo posta alla parete di una stanza (specie di cisterna) e che viene ricordata in questi versi popolari del tempo, raccolti dal Pitrè:

«Ma ceè lu sangu chi grida vinnitta
Russu a lu muru, e vinnitta nn'aspetta».

Castello di Carini (Carini - Palermo)Il castello fu privato di questa famosa impronta, che tanto interesse destava nei visitatori, con la rimozione della lastra che sembra sia stata trasportata a Parigi nella dimora degli attuali proprietari.
Dopo la tragedia, per nascondeme in parte la bruttura, si sarebbe tentato di alterarne i fatti creandone un'altra versione (smentita da successivi accertamenti) ed a tal fine sarebbero state anche alterate talune carte di famiglia.
Il 28 aprile 1564, solo quattro mesi dopo la tragedia, il La Grua passò a nuove nozze con Donna Ninfa Ruiz ed il castello venne riaperto ed abbellito.
Durante questi lavori il barone ordinò lo spostamento della porta di ingresso della corte e, ad espressione del suo animo, vi fece porre sopra la iscrizione: «ET NOVA SINT OMNIA» che vi figura tuttora. Si nota però che la prima parte di essa, che starebbe ad integrarla, e cioè «RECEDANT VETERA» si trova inspiegabilmente nella famosa stanza sopra lo spazio, ora vuoto, ove figurava la lastra con la rossa «manata».
Interessante uno stretto corridoio che conduce in basso, incassato tra grosse mura, ed attraverso il quale fuggì la sventurata Laura, premendosi il cuore trafitto a trattenerne il sangue, finché, cadendo sfinita, poggiò sulla parete la mano insanguinata, lasciandovi la favolosa impronta.
Addentrandosi nelle sale pericolanti ci si sente sempre più attratti da questa tragica storia d'amore tanto lontana e pur così viva e presente.
Con l'andare del tempo, che tutto idealizza, essa commosse poeti, musici e scrittori che ne narrarono le tristi vicende.
Giuseppe Lanza di Trabia compose una tragedia sul «caso» della sua infelice parente. Altri ne scrissero un romanzo, un poemetto anonimo in vernacolo e molti stornelli.
Gli avanzi di questa antica e funesta dimora sono oggi affidati alle cure di un custode e il raro visitatore vi può ancora ammirare nella cappella, quasi intatta, pregevoli affreschi.
Attuale proprietario il principe Lucrezio La Grua.
 



Castello della Zisa - Video Visto: 1105
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CASTELLO LA ZISA (Palermo)

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Castello Arabo Normanno



Castello di Castelbuono Visto: 1191
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CASTELLO DEI VENTIMICLIA (Castelbuono)

Castello di Castelbuono (Castelbuono)QUESTO CASTELLO, DAL QUALE EBBE ORIGINE CASTELBUONO, FU FONDATO DA ALDUINO VENTIMIGLIA NEL 1269.
«DIVENNE PROPRIETÀ DEMANIALE PER SENTENZA DEL TRIBUNALE DI TERMINI IMERESE DEL 10 APRILE 1920
SINDACO MARIANO RAIMONDI

In contrasto con tale iscrizione posta all'ingresso del castello, alcuni studiosi ne attribuiscono le origini al padre di Alduino, quell'Arrigo Ventimiglia che, sotto rè Manfredi di Svevia,
viceré di Sicilia.
Nel 1269 le truppe di Carlo d'Angiò si impadronirono del castello perché il Ventimiglia fedele alla casa sveva, ribellavasi al nuovo rè, ma successivamente la guerra del vespero nel 1282 lo restituì allo stesso Alduino di Ventimiglia conte di Ceraci, eroico partigiano del re d'Aragona.
Egli vi iniziò subito gli opportuni lavori di restauro e poco dopo, per la sua generosa munificenza, attorno al castello, si andò formando il borgo.
Questo nobile guerriero, dopo aver combattuto per rè Giacomo II d'Aragona nelle acque di Gaeta, sorpreso sulla via del ritorno da tremenda bufera, trovò la morte in triste naufragio (5 settembre 1289) ed i suoi beni vennero ereditati dal fratello Francesco.
Questi ampliò notevolmente la già vasta dimora facendovi anche scavare una lunga galleria sotterranea, quale segretissima uscita di sicurezza. Si narra in proposito che gli operai adibiti al lavoro sarebbero stati addirittura soppressi affinchè il segreto non venisse svelato.
Francesco dopo aver sposato Costanza Chiaramonte la ripudiò passando a nuove nozze e destando con ciò l'ira di Giovanni Chiaramonte, fratello di Costanza, che riuscì a farlo apparire quale traditore al rè Pietro II, che intanto era succeduto al padre Federico. Il Ventimiglia fedelissimo alla casa d'Aragona, venne così condannato a morte ed offeso da tanto ingiusta
sentenza, preferì uccidersi lanciandosi col suo cavallo dall'alto di un dirupo nei pressi dell'amato castello (1338).
I suoi beni vennero confiscati dal rè che li donò alla propria sposa Elisabetta, finché il nuovo rè Ludovico fece giustizia restituendoli ad Emanuele Ventimiglia e riabilitandone così il nome del padre (1354).
Dopo breve tempo il castello fu ereditato, da Francesco II Ventimiglia il quale vi custodì il giovane rè Federico III che, dopo la morte della propria sorella e tutrice Eufemia, gli era stato affidato.
Ribellatesi poi al nuovo tutore, contrario ai suoi progetti, rè Federico fuggì dal castello per unirsi in matrimonio con Costanza d'Aragona.
Dopo ciò il Ventimiglia si ritirò a vita privata in questa sua dimora finché, con la morte di Federico e la successione al trono della sua giovane figlia Maria, ad evitare nuove lotte, la Sicilia fu divisa in quattro vicariati ad uno dei quali egli fu preposto.
Enrico Ventimiglia, successore al padre Francesco II, per avere militato con i Chiaramonte contro rè Martino, ebbe confiscato il castello che gli fu poi restituito per intercessione del fratello Antonio erede del vicariato.
Il figlio di Enrico, Giovanni Ventimiglia subentrato nella signoria del castello, fu gran combattente ed ottenne investitura del primo titolo di marchese in Sicilia (1440). Di lui rimase però l'odioso ricordo del turpe inganno col quale sedò la rivolta di Siracusa del 1448.
Avendo egli scelto questo castello quale preferita residenza, il 4 Maggio del 1454 vi fece solennemente trasferire il Sacro Teschio di S. Anna. Reliquia custodita nell'altro suo castello di Geraci (ora diruto), da quando nel 1242 il conte Guglielmo Ventimiglia, alla sua venuta in Sicilia, la ottenne dal duca di Lorena in cambio di alcune terre.
Qui morì, il 20 Marzo 1473, questo Giovanni Ventimiglia tanto famoso per virtù guerriere e spietata crudeltà.
A lui successe il figlio Antonio che abbellì il castello, nuovamente confiscato dal vicere Gaspare De Spes verso il 1481 ed ancora restituito ai Ventimiglia.
Dopo numerosi altri passaggi ereditari (nel 1595 rè Filippo II concedette a Giovanni III Ventimiglia il titolo di principe) sul 1605 vi accadde un misterioso avvenimento che turbò profondamente la vita dell'intero paese: la Sacra Reliquia era sparita!
Soltanto nove anni dopo, il prezioso teschio (che era stato rubato e seppellito da un frate) fu ritrovato, ricondotto solennemente alla dimora e tra gli osanna del popolo tripudiante, la Santa venne proclamata patrona del paese.
Con la morte di Giovanni III il castello, con tutti i titoli nobiliari, pervenne al cugino Giuseppe (1619) e poi al discendente di questi Francesco Rodrigo cui si deve l'attuale ricca cappella, da lui fatta ornare dallo scultore Giacomo Serpotta, appositamente chiamato (1683).
II 15 Agosto 1860, col principe Giovan Luigi VIII si estingue la dinastia della illustre casata Ventimiglia di origine ligure e imparentata con i normanni, gli svevi, gli aragonesi e le più grandi famiglie siciliane. Con essa ebbe termine la gloriosa vita del bellissimo castello che passato al ramo femminile insieme ai titoli, per la morte della principessa Giovanna venne ereditato dal barone Fraccia di Favarotta (1905).
Questi nel 1913, con gesto munifico, «fa donazione al popolo della preziosa Urna d'argento contenente la Reliquia di S. Anna e di tutti i diritti e privilegi spettanti alla cappella del castello».
Sul 1920, infine, tutto il patrimonio Ventimiglia espropriato al barone di Favarotta, venne messo all'asta pubblica ed «il vetusto castello sacro alla storia del paese» aggiudicato a quel comune e restaurato mediante una colletta popolare.
Oggi in questa che fu sì ricca e orgogliosa dimora, sono ricavate piccole abitazioni popolari.
Unico segno della passata grandezza, in mezzo a tanto squallore, la cappella. Troppo grande e troppo ricca forse, con le pareti interamente rivestite dai poderosi stucchi del Serpotta, su fondo oro, essa è la viva testimonianza dello sfarzo di cui vollero circondarsi i castellani, tra il XVII e il XVIII secolo.
Dietro l'altare, nella sua urna d'argento, è tuttora custodita la famosa Reliquia.



Cappella Palatina e Chiese di Palermo e provincia - Video Visto: 2179
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Cappella Palatina e Chiese di Palermo e provincia (Palermo)

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Castello di Castelbuono - Video Visto: 1168
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CASTELLO DI CASTELBUONO (Castelbuono - Palermo)

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Castello di Pietraperciata Visto: 1859
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Il castello di Petra Perciata, castrum Petrae Perzata era ubicato ipoteticamente in contrada cozzo Pernice o casa Perciata di Camporeale in provincia di Palermo.
La sua esistenza è attestata solo una volta alla metà del XIV secolo dal Librino (1928) che ci informa che 1555 circa il castrum Petre Periate è annoverato fra i castelli feudali siciliani.il probabile sito del castello (o piuttosto della masseria fortificata visto che nel 1409 in contrada Perciata, presso l'attuale Bivio Pernice, è attestata una masseria appartenente a tale Tobia di Tripuli) di Petra Perciata è stato localizzato a 5 km da Camporeale, nella contrada Perciata. Sulla cima del cozzo Pernice (473 m), si erge una grossa pietra verticale forata al centro, forse una tomba antica, ma non esistono tracce di strutture murarie. Ai piedi della collina, invece, la casa Perciata, una masseria fortificata moderna, ha forse sfruttato il sito del castello medievale.

Castello La Cuba Visto: 1281
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CASTELLO LA CUBA (Palermo)

Edificato da Guglielmo II, nel 1180, è l'ultimo monumento creato dai normanni a Palermo.
Dopo di essi il castello ospitò gli svevi e poi gli aragonesi mentre nei successivi, molti passaggi di proprietà figurano le famiglie Giandaidone, Del Campo, Battaglia, Gambacorta e Monroj dei principi di Pandolfina.
Il suo nome arabo significa arco o volta ed il castello che, simile a quello della Zisa, ha forma rettangolare alleggerita da quadrate «torricelle» sporgenti, è veramente il trionfo degli archi acuti ad ordini sovrapposti, che ne costituiscono il motivo architettonico dominante.
Molti si sono interessati alla difficile iscrizione cufica incisa in alto sulla fascia che lo circonda e l'illustre storiografo Michele Amari riuscì a decifrarla:
"NEL NOME DI DIO CLEMENTE, MISERICORDIOSO. BADA, QUI FERMATI E MIRA! VEDRAI EGREGIA STANZA DELL'EGREGIO TRA I RE DELLA TERRA GUGLIELMO II. NON V'HA CASTELLO CHE SIA DEGNO DI LUI NE BASTANO LE SUE SALE...". Con la data: "È DI NOSTRO SIGNORE IL MESSIA MILLE E CENTO, AGGIUNTIVI OTTANTA, CHE SON CORSI TANTO LIETI".
Esso fu rinomato luogo di piacere dei normanni e attraverso un'antica stampa che lo riproduce com'era in origine ci si trasporta in quel tempo e si rimane affascinati dalla sua pura bellezza.
Emergente da un vasto laghetto artificiale, chiamato «peschiera», era circondato da un immenso parco con numerose cappellette a volta, aperte da ogni lato. Una di queste, nell'attuale villa Napoli, è rimasta miracolosamente intatta attraverso i secoli, con la sua bella cupoletta rossa di classico stile arabo, e viene chiamata piccola Cuba o Cubola. Un'antichissima leggenda (arretrandone l'origine nel tempo) narra che Cuba e Zisa furono figlie di un rè saraceno il quale avrebbe edificato per loro questi due castelli, che dovevano essere degni della meravigliosa bellezza delle due fanciulle...
Legata al castello è, del Boccaccio, la sesta novella della quinta giornata del Decamerone che colloca la vicenda in quella stanza dove re Federico II d'Aragona tenne rinchiusa la bella Restituta da Ischia.
Dopo aver mantenuto la prerogativa di «regio», fino al XVI secolo, improvvissamente il suo destino mutò e durante la peste del 1575 fu adibito a lazzaretto.
Questo stupendo luogo da fiaba, che al tempo dei rè e delle loro corti fu testimone di tanta armonia di vita, divenne quindi asilo di oscuri infelici, quasi ad ammonire la vanità degli splendori terreni con la pietà delle terrene sofferenze.
E le dolci acque che avevano riflessa l'immagine delle donne più belle diedero poi ristoro alle più orrende, così ridotte dall'inesorabile male.
Isolato infine da un quartiere militare che ancora lo circonda, il castello rimase abbandonato ed oggi, non più bagnato dalle acque di un tempo e privato del bellissimo parco, vuotato, chiuso e freddo è ormai solo la tomba del suo passato.



Castello La Zisa Visto: 2094
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CASTELLO LA ZISA (Palermo)

Castello la Zisa  (Palermo)Meravigliosa dimora iniziata da Guglielmo I, «il più orientalizzato dei re normanni», e ultimata dal figlio Guglielmo II.
Fu «splendida» residenza reale chiamata, in arabo, Aziz (splendido) da cui il nome attuale.
Sull'arco interno questa iscrizione araba, tradotta da Michele Amari, ne testimoniava l'originario incanto:
«QUANTUNQUE VOLTE VORRAI, TU VEDRAI IL PIÙ BEL POSSESSO DEL PIÙ SPLENDIDO TRA I REAMI DEL MONDO, DEI MARI E LA MONTAGNA CHE LI DOMINA LE CUI CIME SONO TINTE DI NARCISO E VEDRAI IL GRAN RE DEL SECOLO IN BEL SOGGIORNO CHE A LUI CONVIENE LA MAGNIFICENZA E LA LETIZIA. QUESTO È IL MOSTA'IZZ E QUESTO PALAGIO L'AZIZ».
(Mosta'Izz, cioè «bramoso di gloria» era chiamato Guglielmo II).
Nella sua lunga e fastosa esistenza il castello fu dominio di molti signori.
Rè Alfonso ne fece dono al suo precettore Antonio Beccadelli di Bologna, detto il Panormita, famoso poeta del tempo.
Alla sua morte, secondo Giov. Luca Barberi, il castello, donategli in vitalizio, sarebbe dovuto tornare al regio demanio, ma il figlio del Beccadelli (anch'egli di nome Antonio) lo vendette al viceré Ferdinando Acugna.
Appare quindi pura leggenda che il Panormita abbia ceduto, come si narra, un simile «palagio» per uno scritto di Cicerone.
Dall'Acugna pervenne alla moglie Maria D'Avila la quale lo donò poi a Giovanni del Vio (o del Rio), bellissimo segretario del marito (1511).
Successivamente esso appartenne anche alle famiglie Spadafora, Alliata, Ventimiglia e Carretto.
Nel 1635 ne divennero proprietari i Sandoval che lo possedettero lungamente.
Dopo aver subito, nel corso degli anni, molti restauri e successive rovine, il castello, pervenuto al marchese di S. Giovanni, venne infine diviso in appartamenti ed affittato.
Alto, sul fronte, un grande stemma con due leoni rampanti ne domina il prospetto. Il sontuoso ingresso a tre arcate (di cui quella centrale sostenuta da quattro colonne con capitelli) è sovrastato da una lapide:
«BIEN REYIO TIMBRE SEPREGIA
LA ZISA DE TAL ESCUDO
SI A PALERMO OFRECER PUDO
GLORIAS DE SPANA Y DE GRECIA».
Castello La Zisa (Palermo)Sotto l'arco interno, anch'esso su quattro colonne, si trova il famoso piccolo affresco che può sembrare composto di figurine mitologiche, mentre l'antica leggenda vuole si tratti di strani diavoletti che tengono incantato uh misterioso tesoro, nascosto dai pagani nel castello perché non fosse trovato dai cristiani.
Tesoro favoloso che «se sarà trovato farà la felicità dell'isola tutta».
Si vuole pure che non si riesca mai a contarli questi neri diavoletti i quali nel giorno dell'Annunziata si agiterebbero ancora più dispettosi; e questa diceria de «i diavoli d'à Zisa» è tuttora viva nei racconti popolari.
Completamente trasformati sono gli ambienti che ospitarono le fiabesche usanze di quei rè i quali dell'oriente avevano adottato gusti e costumi.
Soltanto il ricco ed originale vestibolo conserva notevoli tracce del suo primo tempo nella bella volta a crociera, nei mosaici d'oro, nei marmi e negli affreschi.
Alla parete di centro, da una fontanella scavata nel muro ed ancora ornata con un'aquila d'oro in mosaico, l'acqua scorreva perenne ed attraverso la stanza, a cui donava frescura, finiva nel laghetto posto innanzi al castello, al centro del quale era un piccolo padiglione.
Incastrato tra successive costruzioni esiste ancora un pezzo dell'antico muro di cinta con bellissimo portale.
Un immenso parco che dal castello reale si allargava un tempo nella pianura, abbracciando la Zisa e la Cuba, costituiva con essi un sontuoso complesso, per la delizia e il riposo dei signori normanni.
Recentemente acquistata dalla Regione Siciliana, La Zisa è ora oggetto di importanti e accurati lavori di restauro che sono stati affidati al sovrintendente ai monumenti.
La sua appassionata opera se non potrà suscitare fantasmi di una vita ormai spenta, saprà certamente ridare le antiche e nobili sembianze al castello, tanto superbo da potere ispirare e ostentare, per lungo tempo, questa orgogliosa iscrizione in lingua castigliana, così tradotta:
«L'EUROPA È L'ONORE DEL MONDO;
L'ITALIA È L'ONORE DELL'EUROPA;
LA SICILIA È L'ONORE DELL'ITALIA;
QUESTA VISTA È L'ONORE DELLA SICILIA».



Castello Reale Visto: 2000
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CASTELLO REALE (Palermo)

Castello Reale (Palermo)Al centro dei destini di Sicilia esso fu un tempo il faro della civiltà europea.
Edificato dagli Emiri e chiamato in arabo EI-Kassar o Alcasar, fu dimora fastosa dei saraceni e dopo di loro del gran conte normanno.
Successivamente venne trasformato in sontuosa reggia da re Ruggiero, primo monarca di Sicilia.
In posizione dominante il castello, detto anche "palazzo dei normanni", ancora fiancheggiato da grossi bastioni, sovrasta tutta la città al centro della famosa, dolcissima conca d'oro e deturpato dai molti successivi restauri conserva del tempo dei normanni solo la torre, detta Pisana, unico avanzo, all'esterno, delle antiche strutture.
Ad essa è legato il ricordo della tragica fine del giovane figlio di Guglielmo I, Ruggiero, il quale, a seguito della congiura ordita da Matteo Bonello che condusse alla cattura del re, dopo essere stato acclamato dal popolo, affacciatosi ad una finestra della torre fu colpito da una freccia tirata da coloro che volevano liberare il re e finito poi brutalmente da un calcio paterno.
Cappella Palatina (Palermo)Nel castello è la meravigliosa cappella Palatina nota in tutto il mondo e non è a dirsi delle sue meraviglie che molti la conoscono e per gli altri le parole forse non basterebbero. Ne potrebbero rendere la potente suggestione che da essa emana mentre sembra che dai riflessi d'oro dei suoi mosaici discendano a popolarla i personaggi di un tempo: re Ruggiero assieme ai nobili guerrieri e le dame della sua corte, velate alla foggia d'oriente di cui i profumi, usati dalle donne normanne, si mescolavano al mistico incenso...
C'era in quel tempo una fanciulla chiamata Rosalia, figlia del duca Simbaldo parente di rè Ruggiero, e per la bellissima vergine normanna che viveva al castello torneavano cavalieri sulla piazza antistante.
Ma una notte seguendo un richiamo divino, abbandonata quella splendida corte fuggì ricoperta da un semplice saio e giunse, con i nudi piedi sanguinanti, a rifugiarsi in una grotta sul monte Pellegrino. Lì visse pregando finché, ancor giovane e bella, concluse in Dio la sua vita terrena.
La santa giovanetta, le cui spoglie riposano in quella grotta, è da gran tempo la venerata protettrice di Palermo.
Nell'appartamento reale è la piccola sala detta di Ruggiero, autentica dell'epoca, con archi doppi a sesto acuto sostenuti da colonne con capitelli corinzi e le volte rivestite da mosaici d'oro, raffiguranti scene di caccia. In essa si nota un prezioso originale tavolo, fatto con un sol tronco marmificato, che ha una sua storia poiché, venuto dalla California per ornare la reggia di Palermo fu ad essa sottratto dai Borboni che lo portarono in quella di Napoli. Da lì passò al Quirinale ed infine, dopo tanto vagare per le dette corti, richiesto in restituzione dal presidente della prima assemblea siciliana (1947) tornò alla sua antica dimora. Troppe parole per una piccola cosa ma anche queste presentano, a volte, particolare interesse.
Tra i molti saloni, arricchiti nel corso degli anni, di particolare interesse quello chiamato dei viceré per i grandi ritratti di essi, che ne ornano le pareti, la sala dei Venti, un tempo cappella edificata da Roberto Guiscardo, e infine il grande salone del Parlamento, detto «Sala d'Ercole» per gli affreschi di Giuseppe Velasquez raffiguranti le fatiche del mitico eroe.
Questa storica e bellissima sala, dopo tanti secoli, è felicemente tornata alle sue antiche funzioni.
Notevoli i recenti lavori fatti nella torre Pisana per rimettere in luce una stanza, con la volta a crociera e tracce di mosaici d'oro, sin ora nascosti da varie strutture sovrapposte.
Bellissimi due grandi cortili con larghi portici e sovrastanti suggestivi loggiati voluti dal duca di Maqueda l'uno e da Antonio Colonna l'altro, nel 1500 circa mentre il largo scalone di marmo rosso fu creato al tempo di Carlo III di Borbone nel 1735.
Il castello, divenuto reggia, venne abitato nei secoli dagli svevi, dai viceré spagnoli, dai Borboni e con l'annessione della Sicilia al regno d'Italia rimase praticamente inutilizzato, servendo soltanto ai Savoia nelle rare visite da essi fatte a Palermo.
Con la caduta della monarchia questa reggia che durante l'ultima guerra mondiale, insieme al superbo giardino retrostante, fu miracolosamente risparmiata, divenne degna sede del rinato Parlamento Siciliano.
Evento memorabile per questo popolo che acquistò finalmente la tanto auspicata autonomia.
Accanto al grande portone una larga lapide:
«A PERENNE TESTIMONIANZA DEL CIVICO ESULTANTE SENTIMENTO, A SOLENNE AFFERMAZIONE DI ITALIANITÀ, A RICORDO E MONITO CHE PRIMA NEI SECOLI LA SICILIA EBBE IL SUO PARLAMENTO, PREMESSA E STRUMENTO PER CONQUISTE DI LIBERTÀ, QUESTO MARMO NEL GIORNO DELLA INAUGURAZIONE DEL PRIMO PARLAMENTO REGIONALE I PALERMITANI VOLLERO.
ADDI XXV MAGGIO MCMXLVII»



Castello Steri Visto: 2008
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CASTELLO STERI (Palermo)

Castello Steri (Palermo)Principesca dimora, il cui nome deriva dal latino «osterium», edificata nel 1300 circa, da Manfredi Chiaramonte.
Dopo molti anni essa venne completata ed arricchita da Manfredi III e ciò si rileva anche dalla data di un'antica iscrizione, esistente nel soffitto della grande sala, che trasmessaci dallo Inveges, venne poi ristudiata dal bibliofilo Francesco La Mantia e dal professor Gabrici.
«ANNO DOMINI MILLESIMO TRECENTESIMO SEPTUAGESIMO SEPTIMO INDICIONE QUENDECIMA MAGNIFICUS DOMINUS MANFRIDUS DE CLARAMONTE PRESENS OPUS FIERI MANDAVIT FELICITER. AMEN».
Successivamente subentrò nella proprietà del castello il conte Andrea Chiaramonte, vicario del regno, il quale, alla morte di Federico III d'Aragona, avendo sperato succedergli quale rè di Sicilia, si sollevò contro Martino e alla venuta di questi nell'isola, (sbarcato a Trapani nel 1392 con la moglie Maria, erede del regno ed il padre, duca di Montblanc) si rinchiuse ostilmente in questo suo munito castello.
Giunto Martino a Monreale ed assediata Palermo, che si rifiutava di riceverlo parteggiando per il Chiaramente, questi fu infine costretto ad arrendersi ed il 1° giugno 1392 il bel castello chiaramontano fu testimone della tragica fine del suo ultimo signore la cui decapitazione avvenne su di un alto palco issato nella piazza antistante, mentre rè Martino, da una finestra, assisteva all'atroce spettacolo.
Il castello venne poi confiscato e la sua storia, oscurata da tale sanguinoso episodio, si innestò da quel momento in più ampie vicende.
Esso divenne abitazione di rè Martino, assumendo il nome di «sacro regio hospitio», ed al tempo di Bianca di Navarra subì l'ignominioso assalto del Cabrerà (1410) il quale, tentando di sorprendere la bella regina, ne causò la famosa notturna fuga illustrata nei quadri del castello di Solanto. Episodio storico ma talmente romanzesco da sembrare leggenda.
Il vecchio Cabrera, che poi saccheggiò il castello di tutte le cose di lei, accorso al suo letto appena abbandonato, ebbe ad esclamare: «Se la pernice è fuggita, il covo è ancora caldo».
Castello Steri (Palermo)Dopo essere stato lungamente dimora dei viceré, nel 1516, morto Ferdinando II cui succedette il nipote Carlo di sedici anni, il castello venne assalito dal popolo insorto contro il viceré Ugone Moncada, che continuava a governare senza aver ricevuta conferma dal nuovo rè Carlo e che riuscì a fuggire, travestito da servo.
Un anno dopo il popolo si rivoltò ancora contro il nuovo viceré Ettore Pignatelli duca di Monteleone, ma egli fu risparmiato mentre vennero uccisi tutti i consiglieri fedeli ancora al Moncada.
Da allora, per misura di sicurezza, la regale residenza venne trasferita nell'antico castello a mare (ora distrutto) e nello Steri fu ospitata la dogana e la regia Gran Corte.
In questo periodo ne ebbe le funzioni di castellano Cristoforo Virzegna.
Nel 1600 Filippo II di Sicilia, concedendolo agli inquisitori del Santo Officio, conservò i locali bassi alla dogana.
Il tremendo e potente tribunale vi rimase sino alla sua abolizione, avvenuta nel 1782, per decreto di rè Ferdinando III. Divenne poi asilo dei poveri di S. Dionisio e nel 1768 vi succedette la regia impresa del lotto.
Dopo tredici anni, con i necessari adattamenti che vi apportarono inevitabili offese, si insediò il tribunale del tempo e ancor oggi vi si amministra la giustizia.
Al grande orologio del Vochi, fatto eseguire da Don Carlo d'Aragona nel 1572 e che un tempo ne ornava la torre, il Meli paragona l'occhio di Polifemo in questi brevi versi:
«Avia un occhia chi jiva pri cent'occhi
Ch'era, dici un auturi di Giudiziu,
Quantu lo roggiu di lu sant 'uffiziu...
».
Si vuole che, per secoli, sopra il famoso orologio rimanessero appese tré gabbie contenenti le teste di tré giustiziati rei di fellonia.
Durante la tremenda peste del 1575 i "ladri di robe infette", con le mani recise, venivano precipitati dall'alto dello Steri.
Del periodo regio furono i celebri parlamenti qui convocati.
Al tempo di Filippo II vi si crearono orrende prigioni chiamate le «filippine» e di fronte al castello, dove adesso è il bel giardino Garibaldi, si collocavano i più atroci strumenti di esecuzione e di tortura: patiboli, roghi e forche.
Al secolo XVII è attribuita la costruzione del muro divisorio della grande sala e la distruzione della «scala magna lapidea discoperta».
Il terremoto del 1726 vi apportò gravi danni ed il castello venne restaurato con grossi blocchi di pietra che poi furono da taluno erroneamente attribuiti ad epoca saracena. Si conservano ancora il bel loggiato (sul quale sporgono due grandi finestre trifore) e la grande sala, dove l'attuale corte (giudiziaria), tanto diversa da quelle regali di nobili dame e cavalieri di un tempo, continua tuttora a riunirsi e mentre quelle donavano a molti delizie ed onori, questa, solenne e severa, priva molti del sole.





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