Castelli Torri e Dimore dei Nobili di Sicilia, origini, descrizioni, immagini, bibliografie e un efficiente motore di ricerca.  
Cerca per parola chiave
VoceCastelli Provincia di Messina


Acquedolci (1)


Alcara Li Fusi (1)


Barcellona Pozzo di Gotto (0)


Brolo (1)


Capizzi (1)


Capo d'Orlando (1)


Caronia (1)


Castel di Lucio (1)


Castelmola (0)


Castroreale (1)


Cesarò (1)


Ficarra (1)


Fiumedinisi (1)


Forza d'Agrò (1)


Francavilla di Sicilia (0)


Galati Mamertino (0)


Gioiosa Marea (0)


Librizzi (0)


Limina (0)


Lipari (0)


Longi (0)


Messina (0)


Milazzo (1)


Militello Rosmarino (0)


Mirto (0)


Mistretta (0)


Moio Alcantara (0)


Monforte San Giorgio (0)


Montalbano Elicona (0)


Motta Camastra (0)


Motta d'Affermo (0)


Naso (0)


Novara di Sicilia (0)


Oliveri (0)


Patti (0)


Pettineo (0)


Piraino (0)


Raccuja (0)


Roccella Valdemone (0)


Rometta (0)


San Fratello (0)


San Marco d'Alunzio (0)


San Piero Patti (0)


Santa Lucia del Mela (0)


Sant'Agata di Militello (0)


Sant'Alessio Siculo (0)


Sant'Angelo di Brolo (0)


Santo Stefano di Camastra (0)


Saponara (1)


Savoca (0)


Scaletta Zanclea (0)


Sinagra (0)


Sinatra (0)


Taormina (0)


Torrenova (0)


Tortorici (0)


Tripi (0)


Tusa (0)


Ucria (1)


Venetico (1)

13 record(s) trovati..
Castello di Montalbano Elicona Visto: 1071
Voti: 9   [Vota] [Riferisci errore]

CASTELLO DI MONTALBANO (Montalbano Elicona - Messina)

Castello di Montalbano EliconaL'eccezionale salubrità del sito e quella del vicino leggendario fonte di Terone, spinse Federico II d'Aragona a costruire questo grande castello forse sulle fondamenta di quello già esistente al tempo del suo omonimo svevo il quale, a quanto si narra, l'avrebbe distrutto assieme a tutto il paese nel 1233, in seguito alla rivolta del popolo montalbanese contro la casa sveva.
L'erede di Federico d'Aragona, Pietro II, ne diede investitura a Blasco Alagona, gran giustiziere del regno.
Alla morte di rè Pietro ebbe inizio una lunga lotta, per assicurarsi la maggiore autorità nel regno, tra l'Alagona divenuto tutore del piccolo rè Ludovico, e Matteo Palizzi, conte di Novara favorito dalla regina reggente Elisabetta.
Questa, in contrasto con Blasco Alagona che lo voleva a Catania, condusse qui il fìglioletto adducendo il pretesto che Ludovico abbisognava di aria pura, e stabilitasi al castello continuò i segreti accordi col Palizzi (1348).
In seguito madre e figlio rientrarono a Messina e nel 1350, conclusasi una pace tra i due rivali, castello e contea furono del Palizzi ma tré anni dopo, alla morte di questi (odiato dai messinesi per i suoi soprusi), tornò all'Alagona.
Dopo l'infausto ritomo nell'isola di Ludovico d'Angiò (1356), questi assegnò il castello a Niccolo Cesareo ed a seguito di alterne vicende militari, conclusesi con la vittoria siciliana per la terza volta esso tomo alla casa Alagona.
Successivamente ne divenne signore Berengario Cruillas e poi Tommaso Romano, entrambi partigiani di rè Martino , che in quel tempo regnava in Sicilia, ed un lontano discendente del Romano, nel 1517, fu assediato nel castello dal popolo in rivolta.
Dopo numerosi passaggi ereditari esso giunse per linea femminile alla famiglia Bonanno che ebbe poi il ducato di Montalbano.
Castello di Montalbano Elicona Nel 1805, insieme all'intero feudo, divenne proprietà dei Padri Gesuiti che lo possedettero fino al 1813.
Veramente stupendo dovette essere il castello (con grande corte centrale ed alta torre, ora diruta) che però conserva soltanto parte delle sue strutture esterne ed i resti della bellissima cappella dove fu sepolto il famoso Arnaldo di Villanova, medico di fiducia, grande amico e consigliere di Federico II d'Aragona.
Chiamato «il mistico» per l'arte di leggere nelle stelle e spiegare i sogni, lo strano medico-poeta molto influì sulla vita e le azioni del rè e si vuole che qui dimorando scrivesse un libro «de arte medica» su lamine di piombo.
Quando, nel 1310, Federico lo inviò ambasciatore in Aragona egli lasciò al castello la sua opera, forse incompleta, ma al ritomo la nave che lo trasportava fece naufragio ed il cadavere del Villanova, ripescato, venne trasportato al castello per esservi sepolto.
In seguito papa Clemente V tentò invano di raccogliere le preziose pagine, che più tardi sarebbero state invece utilizzate dai proprietari del castello per ricavarne pallini da caccia.
E così miseramente finirono «le celebri ricette di Mastro Arnaldo» che in luogo di guarire servirono ad uccidere.
Si racconta che i Padri Gesuiti, nel prendere possesso del castello, ebbero lo spavento di trovare chiusi nella torre molti ferocissimi cani i quali, per secolare tradizione, erano adibiti alla guardia notturna. Tuttora gli antichi «cani del castello» sono proverbiali tra la gente del luogo.
Quanto rimane è oggi proprietà comunale ed alle importanti vestigia sono quasi addossate modeste case popolari.



Castello di Roccavaldina Visto: 996
Voti: 7.5   [Vota] [Riferisci errore]

CASTELLO DI ROCCAVALDINA (Roccavaldina - Messina)

Castello di RoccavaldinaSembra accertato che la costruzione del castello debba attribuirsi alla fine del XV sec. e forse a quell'Andreotta I Valdina che fu governatore della Camera Reginale, maestro notaro della Gran Corte civile, vicario della Val di Noto e padrone di vaste terre in Raccuia e Rocca Maurojanni (poi Rocca Valdina).
In seguito venne ingrandito dal barone Pietro Valdina Ventimiglia il quale ebbe conferito il titolo di marchese della Rocca (1623) e successivamente quello di principe di Valdina (1642) in ricompensa di servigi prestati in Lombardia, nella fanteria siciliana.
Giovanni Valdina Vignolo, nipote di Pietro, non avendo figli, volle poi che alla sua morte il titolo di principe fosse venduto, destinando la somma a favore della «istituenda prelatura Valdina» in Roma.
Nel 1703 il castello, la terra e gli altri titoli pervennero al cugino Francesco Valdina e poi al di lui figlio Giovanni Filippo Valdina da Whart, ultimo dei Valdina (1727).
Castello di RoccavaldinaTramite la figlia di questi, Vittoria, esso divenne successivamente proprietà della famiglia Armao e Tommaso Martino Armao Valdina ebbe l'investitura della baronia di Rocca e Valdina.
Dalla nobile famiglia Valdina, i cui componenti sedevano nel Parlamento di Sicilia, in successivi passaggi, il castello pervenne all'attuale proprietario Vincenzo Nastasi de Spuches.
I lavori di restauro e abbellimento, ordinati verso il 1500 da Pietro Valdina, furono eseguiti su progetto dell'architetto Camillo Camilliani (ipotesi convalidata dal parere di esimi studiosi) e fu costruito un corpo aggiunto che attualmente ne costituisce la parte più notevole,
anche per una bella loggia a cinque arcate sporgente sul quadrato cortile (dal quale ha inizio lo scalone di accesso al primo piano) e per una larga settecentesca terrazza retrostante.
Assai triste è il grave stato di abbandono nel quale giace tutto il castello la cui facciata, del XV sec., conserva una bella porta a sesto acuto e due torri, delle quali una intatta.



Castello di Santa Lucia del Mela Visto: 1153
Voti: 5.5   [Vota] [Riferisci errore]

CASTELLO DI SANTA LUCIA DEL MELA (Santa Lucia del Mela - Messina)

Castello di Santa Lucia del MelaComunemente chiamato «castello arabo» nulla vi è nella sua architettura che possa attribuirgli tale origine e sembra invece accertato che quanto ci perviene delle antiche strutture sia del tempo di Federico II d'Aragona.
Si narra però di un più antico edifizio esistente in quel luogo al tempo di Federico II lo svevo ed a ciò è probabilmente dovuta l'opinione discorde degli studiosi (cosa abbastanza frequente, malgrado fra i due Federici ci sia un intero secolo di storia) dei quali alcuni lo vogliono svevo ed altri aragonese.
L'esistenza di un precedente maniero sarebbe confermata dalla notizia che, nel 1282, al tempo della guerra del Vespro, vi si sarebbe soffermato per parecchi giorni rè Pietro d'Aragona, venendo a Messina con tutta la corte.
Di questa sua permanenza al castello si racconta il seguente episodio: Macalda Scaletta moglie del famoso Alaimo da Lentini, decisa a conquistare i favori del rè, dopo averlo qui raggiunto e con finta ambascia dichiarato di non aver trovato alloggio altrove, gli chiese ospitalità. Il sovrano accolse cavalierescamente tale richiesta cedendo alla dama il suo appartamento e trasferendosi altrove. Essa però, ben altre mire accarezzando, di notte si recò da lui, ma tanta sfrontatezza dispiacque al rè che la invitò ad andarsene dicendole «di avere egli molto sonno».
Offesa nel suo orgoglio di donna, Macalda giurando vendetta si sarebbe poi gettata nella fatale congiura che doveva perderla insieme al marito.
Castello di Santa Lucia del Mela - Foto storicaIn seguito rè Federico II avrebbe fatto poi ricostruire (o restaurare) il vecchio castello anche allo scopo di potere raccogliere la gente della pianura sottostante e difenderla dalle invasioni e devastazioni degli angioini i quali, sotto Federico III, finirono con l'occupare anche il castello.
Il loro dominio fu però di breve durata e verso il 1366 potè tornarvi il precedente castellano Giovanni Tortorato.
Alcuni secoli dopo (1673) il castello quasi in rovina, venne ceduto dal principe Morra, proprietario del tempo, a tale P. Pisciotta perché vi costruisse la chiesa ed in seguito esso fu adibito a seminario (1695).
Ripristinato poi a tale uso nel 1928, ospita oggi l'istituto delle Suore Francescane missionarie dell'Eucaristia.
Daallo stretto cortile triangolare si accede all'antica piccola cappella, non più in uso, e da essa alla grande chiesa (avente la porta principale verso l'estemo) dove figura la deliziosa Vergine della Neve del Gagini (1529), molto venerata da tutta la popolazione circostante.
Nella grossa torre rotonda, quasi intatta, si trova l'unica stanza che conserva i caratteri nell'epoca, con la sua bella volta costolata a crociera, tré piccole finestre e balconcino. Essa racchiude, in alte librerie poste all'intorno, una pregevole biblioteca costituita in massima
parte da antiche opere sacre.
Dalla cima del monte che sovrasta l'abitato, il bel castello guarda la piana di Milazzo e l'ampia distesa del bel mare Tirreno.



Castello di Bauso Visto: 1013
Voti: 9.34   [Vota] [Riferisci errore]

CASTELLO DI BAUSO (Villafranca Tirrena - Messina)

Castello di Bauso (Villafranca Tirrena - Messina)Edificato nel 1592 per il conte di Bevuso (antico nome di Bauso) principe di Castelnuovo, era il cosiddetto «palazzo del conte»; abitazione del signore del contado.
Sul grande portone del muro di cinta si trova una lapide.
D. O. M.
ARCEM HANC FIDELISS. AD ARCENDAS TERRAE MARISQ. HOSTIUM INCURSIONES STEPHANS COTTONIUS BAVUSY IV DNS COMES A FUNDAMENTIS FERIE IX EREXIT ANNO A PARTI VIRG. CIIXC XC.
Fu bella e ricca dimora, dove solevano soffermarsi i viceré spagnoli che da Palermo si recavano a Messina, ma ad essa sono legati sanguinosi episodi che ne offuscano la storia.
Dai più alti merli di una torre pendeva, un tempo, una gabbia di ferro con il macabro teschio del giustiziato Pasquale Bruno.
Si narra (storia romanzata dal Dumas) che esso, «brigante galantuomo», ereditasse un grave retaggio di odio verso il principe di Castelnuovo il quale, avendo abusato di sua madre venne accoltellato dal marito di essa, Antonio Bruno, che pagò l'atto con la sua testa al principe sopravvissuto.
Il figlio Pasquale che, tra l'altro, si era perdutamente innamorato della ancella della figlia del principe (negatagli in sposa dalla padrona), disperato e deciso a dedicare la vita alla vendetta si diede al brigantaggio finché il principe fece mozzare anche a lui la testa ed esporre nella stessa gabbia dove era stata quella del padre.
La storia non finisce ancora poiché il Bruno lasciò erede della triplice vendetta l'amico Alì il quale ammazzò in egual maniera, staccandole il capo, la figlia del principe, contessa Gemma
Questa orrida vicenda di teste mozzate, che incombe sul castello con la sua lugubre memoria, venne rappresentata nei teatrini dei «pupi» dove la vita di Pasquale Bruno, brigante intemerato, raffigurato con barba, occhi ed unghie nerissimi e trombone a tracolla, assieme al fido Alì con lunga scimitarra, continua a far fremere di entusiasmo i piccoli spettatori di tali spettacoli ormai tanto rari.
Nel 1819 il Principe di Castelnuovo, Carlo Cottone, vendette il castello a Domenico Pettini e da questi ereditò il figlio Francesco Marcello che lo abbellì notevolmente.
Egli, investito del titolo di conte nel 1870, lo trasmise al nipote Francesco Antonio Ottaviani e nel 1907 pervenne ai di lui figli Lorenzo, Maria e Tommaso.
In seguito (1926) venne venduto al notaio Pietro Saja il quale, dopo averne iniziato i lavori di restauro, lo donò allo Stato.
Fu destinato a sede della G.I.L. ed attualmente, conteso dagli eredi Saja e dal governo italiano, il castello, da entrambe le parti abbandonato, si avvia alla completa rovina anche per i gravi danni subiti dalla recente guerra.
Ancora intatta una sala con grande stemma affrescato sul soffitto ed alle pareti medaglioni in marmo (con sottostanti iscrizioni su lapide) raffiguranti quattro mèmbri della famiglia Pettini.
Sulla porta principale alla quale conduce una breve scala a due rampe ornata di marmorei busti romani si legge:
«PROSPICIO EOLIAS TERRAS PELACUMQUE PATENTEM CIRCUMPINQUE SOLUM VULTA VIRETA VIAM».
Volgendosi si scoprono sfumate all'orizzonte le belle isole Eolie.



Castello di Milazzo (Milazzo - Messina) Visto: 979
Voti: 7.75   [Vota] [Riferisci errore]

CASTELLO DI MILAZZO (Milazzo - Messina)

Castello di MilazzoDella sua prima leggendaria esistenza Diodoro narra che venne assediato dagli ateniesi i quali riuscirono infine ad impadronirsene.
Sotto Dionisio la rocca sarebbe stata poi conquistata dai messinesi finché Agatocle, giunto con la sua flotta, scacciati gli occupanti vi si insediò da padrone.
Successivamente Gerone II assalendo d'improvviso la città di Mylai avrebbe costretto i difensori del castello alla resa (facendo 1500 prigionieri) e muovendo poi contro i mamertini,comandati da Cione, li avrebbe sconfitti nei dintorni e precisamente sulle rive del Longano.
Il Casagrandi, interpretando diversamente la relazione di Diodoro, narra invece che tale battaglia, con i relativi prigionieri, si sarebbe svolta precedentemente nella antica Mylai del sud, attuale Castel Mola di Taormina e questa di Milazzo sarebbe avvenuta nell'anno 273 a.C.
Ma tale ipotesi (dovuta pare ad un equivoco tra le due Mylai nel quale sarebbero incorsi anche altri storici) sembra definitivamente superata dal Ryolo che sostiene la prima versione ed afferma che l'antico fiume Longano sia l'attuale torrente di Rodi.
Il primitivo castello, già allora testimone di tante vicende, fu poi occupato dai romani.
Queste frammentarie notizie della prima età, troppo remota perché la sua storia si possa documentare e bene intendere, ci danno però la misura della grande importanza che ebbe fin da allora.
Al tempo dei normanni fu da questi ricostruito e sotto Federico II di Svevia ancora ingrandito e munito, ma poco sappiamo della sua storia certamente ricca di eventi. Verso il 1320 ne fu castellano Ferrario de Abbellis.
Pochi anni dopo da qui salpò rè Pietro d'Aragona, con settanta galere, per ricongiungersi al suo alleato Ludovico di Baviera.
Rè Alfonso ne ampliò le fortificazioni ed in seguito il viceré Ugone Moncada nel 1516 vi trovò rifugio (dopo la sua fuga dal castello Steri di Palermo) e da qui il 17 marzo di quell'anno potè trasferirsi a Messina, unica città della Sicilia che ancora lo accolse con onori.
Castello di MilazzoPoco tempo dopo Blasco Lanza, partigiano ed avvocato del Moncada, venne da questi accusato di tradimento e quivi rinchiuso per parecchi mesi finché, con il processo a suo carico, fu proclamato innocente e liberato.
Intorno al 1535, sotto il regno di Carlo V, il viceré Ferrante Gonzaga che curava particolarmente le fortificazioni dell'isola, per tema di invasioni turche, rafforzò ancora il castello che fu, in quel tempo, tra le fortezze più notevoli di Sicilia.
Durante la rivolta messinese (1674) vi si accampò il viceré spagnolo marchese di Bajone aspettando la resa della città ribelle.
Nella «guerra di successione» (1718-20) il presidio del castello, composto di truppe inglesi tedesche e olandesi, resistette valorosamente ad un famoso assedio da parte spagnola e vi si trovano ancora tombe dei guerrieri caduti in quella impresa. Da tempo esso è adibito a casa di pena.
Il castello, posto su quella meravigliosa piccola penisola che Federico II d'Aragona volea ridurre ad isola (come pare già fosse nella sua prima origine), poderoso nelle ampie strutture esterne, ancora notevoli (dentro le quali si trova anche una chiesa del XVII sec.), domina la città ed il mare da ogni lato.
Sotto di esso, sul mare di ponente, si trova una vasta ed interessante grotta detta delle ninfe o più comunemente, di Polifemo poiché un'antica credenza del luogo vuole che qui (e non alle falde dell'Etna, come invece un secolare e «accreditato» mito ci tramanda) questi abbia perduto il suo unico occhio per mano di Ulisse.
Quell'Ulisse di cui Omero narra che quivi approdò per recarsi da Eolo nelle vicine isole Eolie, che di fronte alla grotta si profilano, vulcaniche e stranamente belle proprio quale favoloso regno del mitico sovrano.
Sotto l'antica rocca erano anche «le stalle dei buoi del Sole»; i sacri bovi pascolanti sulle rive del fiume e uccisi dai compagni di Ulisse che attirarono con tale sacrilegio l'ira del nume sull'Eroe.
«Ed il sacrato Mile,
Ove solean del Sol pascere i buoi»
(OVIDIO IV, LIBR. DEI FASTI).


Castello Gonzaga Visto: 1752
Voti: 6   [Vota] [Riferisci errore]

CASTELLO GONZAGA (Messina)

Castello Gonzaga (Messina)IL FORTE GONZAGA sorge sul Colle del Tirone ad ovest della città e rappresentava un baluardo contro la minaccia, su quel versante, di attacchi ed invasioni che potevano colpire Messina alle spalle dalla costa tirrenica attraverso i Peloritani.
A quel tempo c'erano percorsi di antiche vie che favorivano le comunicazioni e, quindi, la possibilità di attacchi. Forte Gonzaga e Castellaccio o Forte Orione, quest' ultima una struttura fortificata antichissima, sorgono esattamente al termine di una queste vie montane.
Il Forte Gonzaga venne fatto costruire dal Viceré Don Ferrante Gonzaga tra il 1537 e il 1544. La progettazione è attribuita a Ferramolino e Maurolico. Sorge ad un'altezza di 160 metri sul livello del mare e si presenta a pianta stellare irregolare con sei bastioni, di cui quattro ad angolo acuto che seguono la conformazione accidentata del suolo.
Poderosa e rude fortezza, con largo fossato attorno, fu edificata sotto il regno di Carlo V d'Austria.
Questi lasciando la Sicilia, ne affidò il governo al viceré Don Ferrante Gonzaga, figlio del marchese di Mantova Gian Francesco e di Isabella d'Este.
Ferrante di appena ventotto anni, che si era già distinto per valore nelle armi e per ingegno politico (fu forse il solo italiano che godette l'amicizia del re austriaco), temendo una invasione turca, si preoccupò subito di fortificare l'isola con castelli adatti alla difesa. Sua prima
cura fu Messina che considerava «la chiave del sistema di difesa del regno» e fece costruire l'attuale castello (che da lui prese il nome) sotto la direzione dell'ingegnere militare bergamasco Antonio Ferramolino che si occupò delle fortificazioni di Sicilia durante tutto il regno di Carlo V.
Dei lunghi anni di continuo governo di questo viceré così si esprime il Capasse: «II suo governo nell'isola va legittimamente registrato tra i migliori che possano toccare ad un popolo d'alto sentire e laborioso, al quale la fatalità storica ha tolto il massimo bene desiderato l'indipendenza».
Il castello fu per lungo tempo partecipe delle tristi vicende di Messina che da ogni attacco della "mala sorte" si risolleva orgogliosamente.
Durante il viceregno di D. Giovanni d'Austria, si manifestò aperto il malcontento dei messinesi e successivamente, sotto re Carlo II, al tempo della tremenda carestia (1672), il fermento contro il governo spagnolo, le cui forze presidiavano il castello, produsse due partiti:
l'uno detto dei «merli» di carattere popolare propenso alla Spagna, l'altro dei «malvizzi» formato dai nobili e senatori avversi agli spagnoli.
Si combattè aspramente nelle vie, sulle piazze ed attorno al forte castello ma i malvizzi prevalsero ed il viceré del tempo, marchese di Bajone, che a Milazzo attendeva l'esito della lotta minacciò gravi punizioni alla città.
Risoluta questa a resistere, egli decise di assediarla e i messinesi furono costretti a chiedere aiuti al rè di Francia, Luigi XIV, che già era in guerra con la Spagna.
"Re Sole" aderì inviando soccorsi a Messina e durante questa guerra tra le navi francesi e quelle spagnole, intorno alle coste di Sicilia, durata due anni, il castello ebbe sempre grande importanza, quale una tra le principali fortezze della città.
Infine la Francia abbandonò l'impresa ritirando inaspettatamente le truppe e gli spagnoli con il nuovo viceré Don Vincenzo Gonzaga dei duchi di Mantova, marciarono su Messina che priva di aiuti dovette arrendersi.
Avvenimenti ricordati nel seguente canto popolare:
«Merri e Marvizzi la nostra rruina,
Carru di Spagna, e Luigi di Franza
'Na bicocca ridussiru Missina,
Cchiù peju non si pò, ca Diu ne scanza;
Difocu efurchi la citati è china,
Ni tradiu, ni vinniu lu ire di Franza...
».
Il Gonzaga presidiando con le sue forze il castello (25 marzo 1678) costruito dal suo avo Ferrante si preoccupò subito di restaurarlo.
Infine Messina al tempo del Risorgimento Siciliano (da poco risollevata dal terremoto del 1783) aderì alla rivoluzione, assediando nella «cittadella» i Borboni che aveva prima costretto ad abbandonare il castello sul quale un eroico vecchio, tale Bensaia, riuscì per primo a piantare il tricolore(1848).
Isolato sopra un piccolo colle, esso si innalza sulla sottostante città e l'asprezza della sua struttura creata unicamente quale baluardo di difesa e di offesa, è addolcita dai verdi pini che la circondano.
Il perimetro del Forte è circondato da fossati, si nota una guardiola dalla quale si avvista la valle del Camaro.
La parte esterna è caratterizzata dai baluardi con spigoli rivestiti di blocchi di calcare con una sezione semicircolare che li conclude. La Porta architravata è quella originale, molto semplice, priva di qualsiasi decorazione ne documenta l'impostazione dei progetti del Ferramolino. Sopra la porta si nota una finestra con architrave a semicerchio, postazioni di fucileria rinforzano la porta ai lati; nella parte alta vi sono poi due fori circolari dai quali scorrevano le catene che azionavano il ponte levatoio. All'interno si aprono ampie stanze, dal portale d'ingresso, attraverso una stanza più piccola si accede, percorrendo uno stretto corridoio, agli imbocchi di due gallerie strette e basse, con soffitti a botte, che si diramano per tutto il perimetro delle mura e che, in alcuni punti, si allargano tanto da formare delle stanze che venivano utilizzate come magazzini. Da una scala interna posta al centro del corpo principale, si accede al primo piano e al terrazzo. Le stanze del primo piano appaiono ampie con i soffitti a botte, due sono situate nel lato est si affacciano con balconi a mensole, un'altra, situata a ovest, immette su un ripiano esterno dove una scalinata a larghi gradoni conduce al terrazzo.
Nessun episodio che non sia di guerra ci viene tramandato e neanche l'esistenza di una cappella, sulle sue mura, potè donargli un palpito di divino calore poiché sopra i resti dell'antica porticina si legge ancora la seguente iscrizione:

D. Q. M.
AD FUTURIAM REI MEMORIAM
«Si fa noto come questa chiesa seu cappella non gode dell'immunità chiesastica in virtù di breve pontificio di S.S. Benedetto XIV spedito nel mese di marzo dell' corrente anno DSS regnando la maestà di Carlo Borbone rè delle due Sicilie essendo viceré e capitan generale di questo regno il duca di Laviefuille governatore e comandante gnle D. Giuseppe Grimau e
Corbera di questo castello di Gonzaga il then coronello D. Andris de Lisle
Messina 16 Obre D. DS...

Essa iscrizione stava ad ammonire come, a differenza delle altre chiese nelle quali ogni reo poteva trovare salvezza, questa non godesse di tale sacro privilegio.
Castello Gonzaga (Messina)Da una scalinata adiacente si sale al terrazzo superiore sugli spigoli del quale vi sono due torrette di guardia. Il Forte Gonzaga conserva pressoché intatte le strutture del XVI secolo salvo modesti interventi nel '700, nell'800 e durante la seconda guerra mondiale. Sono stati costruiti pilastri a sostegno dei baluardi insieme ad altre piccole aggiunte quali due balconi settecenteschi che si aprono nel baluardo.
Del tempo antico il castello conserva intatte le grosse mura dagli angoli acutissimi e la porta, unico accesso, con ancora ben visibili i buchi per le catene del ponte levatoio.
Del periodo in cui fu adibito a carcere si ricorda la detenzione dell' abate Michele Lombardo.
Questo singolare personaggio, che una vecchia guida di Messina definisce impropriamente come il "Cagliostro messinese", altro non era che il rampollo di una famiglia nobile originaria della Lombardia, con i titoli di Baroni della Scala e dei Margi, che si dilettava ad organizzare truffe, spesso con esito positivo, a Messina ma anche in altre città, mettendo a frutto la sua oratoria eccellente, la sua intelligenza fuori del comune, la sua abilità nel falsificare qualsiasi documento. Queste attività gli fruttavano denaro e preziosi, che lui dilapidava in banchetti e viaggi; per due volte, scoperto, finì in prigione per ordine del Viceré, a Messina (Forte Gonzaga) e a Pantelleria. Ma anche da queste spiacevoli situazioni ne uscì quasi subito grazie alla sua abilità nell'ingannare il prossimo. Il 6 settembre 1697 Don Michele Lombardo morì all'età di cento anni.
Tuttora di proprietà demaniale, vi si ritrova all'interno un luogo sotterraneo che si dice lo collegasse un tempo con le altre antiche fortezze e col mare.
Dalla oscura profondità di questo cunicolo si risale sugli spalti e, per violento contrasto si rimane abbagliati dello splendore del cielo e del mare, più che altrove azzurri e luminosi sul leggendario stretto della «Fata Morgana».



Castello di Olivieri Visto: 1048
Voti: 4.5   [Vota] [Riferisci errore]

CASTELLO DI OLIVIERI (Olivieri - Messina)

Castello di Olivieri -Olivieri - foto storicaChiuso tra un folto parco boscoso, che quasi lo nasconde, esso appare come misteriosa dimora che abbia celato chissà quali tenebrose vicende.
Ma forse la sua storia è invece limpida e serena poiché seppure, nel corso dei secoli, qualcosa di oscuro avvenne tra le sue mura, nulla ce ne tramanda la memoria.
Ricordato da Edrisi al tempo dei normanni, epoca nella quale era chiamato Liviri, esso fu il centro attorno cui sì andò poi formando il borgo, quasi interamente abitato da pescatori specializzati nella cattura dei tonni.
Con gli aragonesi ne fu castellano Ferrano de Abbellis dal quale nel 1360, per concessioni di rè Federico III pervenne a Vinciguerra di Aragona cugino di Federico stesso.
Al tempo di rè Martino ne fu signore Raimondo de Xamer che lo possedette assieme alla sottostante tonnara (1398).
Sul 1414 rè Ferdinando di Castiglia ratificò uno scambio, dell'anno 1400, per cui il castello era passato a Federico Spadafora.
A questi subentrò Perrono Gioieni alla cui famiglia rimase sino al 1600 circa, epoca nella quale venne venduto ai La Grua.
Successivamente posseduto dalla famiglia Zappino fu da questa venduto a Giuseppe Accordino (1693).
Nel 1724 venne acquistato da Ludovico Paratore Basilotta principe di Patti e dopo alcuni passaggi ereditari, sul 1803 divenne proprietà di Gaetano Paratore d'Amico principe di Patti.
Da lui castello e titolo passarono alla sorella Eleonora e da questa al fratellastro Domenico Merlo, che, sul 1900 circa, lasciò il castello alla figlia Elena dalla quale ereditò la pronipote e figlia adottiva, Caterina Martorana Bonaccorsi, attuale proprietaria, mentre il titolo dalla figlia primogenita di Domenico Merlo, Marianna, pervenne al di lei nipote generale Domenico Bonaccorsi, attuale principe di Patti.
Il castello sopra una bassa collina, poco lontana dalla spiaggia del Tirreno, è sovrastato dall'altissimo promontorio del Tindari (alla cui base il mare forma piccole, deliziose insenature sempre mutevoli) sul quale sorge il famoso santuario della miracolosa «Madonna nera» venerata in tutta l'isola e la cui antica leggenda affascina ancora la fantasia popolare.
Secondo Goffredo da Viterbo il nome di Oliveri deriva da uno dei capitani di Carlo Magno chiamato Oliverio, che sarebbe sbarcato in quei pressi.
«MONS IBI STAT MAGNUS, QUI DICITUR ESSE ROLANDUS
ALTER OLIVERIUS SIMILI RATIONE VOCANDUS
HAEC MEMORANDA TRUCES CONSTITUERE DUCES».
Appare invece assai più verosimile che sia dovuto ai grandi e ricchi uliveti di quella plaga.
Ben poco rimane delle antiche strutture ma a differenza di molti altri è tuttavia riccamente arredato ed i suoi proprietari vi soggiornano buona parte dell'anno. Interessante un avanzo di vecchia torre, forse aragonese, e pittoresco il quadrato cortile interno.
Dall'alto il suggestivo santuario sembra protegga e consoli le umane fatiche e sofferenze.



Castello di Spadafora Visto: 1019
Voti: 4   [Vota] [Riferisci errore]

CASTELLO DI SPADAFORA (Spadafora S.Martino - Messina)

Castello di Spadafora (Spadafora S. Martino - Messina)Fu edificato, quasi in riva al mare, alla fine del XVI sec., sotto il regno
di Filippo I di Sicilia, dall'arch. Camillo Camilliani il quale eseguì alcune fortificazioni costiere a salvaguardia delle incursioni di pirati che in quel tempo, al comando del corsaro Drahut, depredavano le coste dell'isola.
Dagli Spadafora, principi di Venetico, pervenne ai duchi Ascenso di S. Rosalia ed attorno al cinquecentesco castello (anticamente detto «palazzo baronale»), si andò formando l'attuale paese le cui prime origini sono attribuite a Pier Guttier Spadafora Ruffo nel 1737.
La sua semplice e quadrata struttura è arricchita da originalissimi, bassi torrioni triangolari sporgenti dai quattro angoli e formanti acutissimi spigoli sopra dei quali sono ancora piccole garitte create un tempo per la guardia degli armati.
Notevoli ai lati del castello, ma completamente staccate, due deliziose fontanelle che sembrano far parte di un unico complesso architettonico.
Dalla sua non lontana origine esso trae i vantaggi di una perfetta conservazione ed all'interno è stato accuratamente restaurato dagli attuali proprietari, signori Samonà ai quali pervenne per successione e che vi soggiornano parte dell'anno.
Nulla di notevole si può narrare della storia di questa antica e signorile dimora che pure dovette avere grande importanza nella difesa costiera dell' isola.



Castello Corvaia Visto: 999
Voti: 1   [Vota] [Riferisci errore]

CASTELLO CORVAIA (Taormina - Messina)

Castello Corvaia - TaorminaEsempio notevolissimo del gotico quattrocentesco, questo bel castello (chiamato comunemente palazzo) prende nome dalla famiglia Corvaia alla quale sarebbe pervenuto tra il XVII e XVIII secolo e che lo possedette sino alla fine del XIX secolo circa.
Molti storici ne studiarono le origini, delle quali non vi sono dati certi e diverse quindi le ipotesi.
Lo studioso Franz Paterno Castello duca di Carcaci, attraverso un appassionato ed approfondito esame, ne attribuisce la fondazione alla famiglia Thermes detta poi Termine, nella seconda metà del 1300, e precisamente a Matteo Thermes, maestro giustiziere del regno di Sicilia.
Successivamente lo avrebbe ereditato il nipote Antonio.
Nel fervore delle lotte baronali di quel tempo, qui si sarebbero dati convegno Artale Alagona, Berlingherio de Cruyllas e Riccardo Queralt, per conciliarsi con rè Martino e concordare condizioni di pace.
Dal 10 al 18 Agosto 1411, convocato dalla regina Bianca (a quel tempo vicaria del regno), si sarebbe riunito nel grande salone del castello, quel parlamento siciliano (fondato dai normanni nel 1130) che fu di grande importanza per l'attuazione della prerogativa del popolo di scegliersi il proprio rè che poi, nel 1413, elesse dalla casa di Castiglia, (Ferdinando «il giusto»), quale successore di Martino d'Aragona il vecchio morto nel 1410. (Secondo altri invece sarebbe stato Bernardo Cabrerà conte di Modica, già gran giustiziere del regno e che aspirava ad assurgere a rè di Sicilia, a convocare il detto parlamento il 25 Settembre 1411).
Castello Corvaia - TaorminaEletto quindi il nuovo rè, Bianca, rimasta al governo della sola «Camera reginale» ancora un paio d'anni, il 25 luglio 1415 salpava da Trapani per ritornare dal padre in Cataloga, lasciando definitivamente la Sicilia, salutata e rimpianta da tutto il popolo. Partendo essa nominò amministratore generale dei castelli «reginali» Alfonso Enriquez, comandando a tutti di ubbidirgli «come si la nostra propria Maiestati fussi presenti».
In una parete del suggestivo piccolo cortile si legge: «ESTO MICHI IN LOCO REFUGII». Epigrafe che fece dire al tedesco Bedecker, in una sua guida dell'Italia, che questo edifizio fosse un antico ospedale. Idea molto strana e non convalidata da alcun elemento.
Sulla fascia che divide il primo dal secondo piano si trovava un tempo una antica iscrizione decifrata nel 1887, quando già era difficilmente leggibile dal Prof. Strazzeri: «DEUM DILIGERE PRUDENCIA EST. EUM ADORARI YUSTICIA; NULLIS IN ADVERSIS AB EO EXTRAI FORITTUDO EST. NULLIS ILLECERRIS EMOLIRI TEMPERANCIA EST. ET IN HIESSUNT ACTUS VIRTUTUM; PAR DOMUS E COELO SED MINORI DOMINO».
Essa esprime le quattro virtù morali, prudenza, giustizia, fortezza, temperanza e potrebbe anche riferirsi ad un edifizio pubblico ed il motto all'ingresso significare rifugio di cittadini in cerca di giustizia.
Comunque sia, sembra accertato che questa ricca dimora in origine si trovasse fuori dalle mura della città ed unita da un grande giardino al teatro antico dove il medesimo stemma l'arma con tre stelle, starebbe a dimostrare che anch'esso apparteneva ai Thermes.
Altri pur essendo d'accordo sulla appartenenza dei due edifizi alla stessa famiglia, vogliono che sia stata quella dei Longo e di essa lo stemma predetto.
Felicemente restaurato dall'Arch. Dillon nel 1946 e completamente rinnovato all'interno, il castello, di proprietà comunale, è attualmente sede della Azienda Autonoma di Soggiorno e della Biblioteca Civica. Ospita inoltre il Centro Mediterraneo di Drammatica. Nel suo grande e storico, salone si sono recentemente svolti importanti convegni e congressi, anche di carattere internazionale.
 



Castello di Brolo Visto: 1617
Voti: 1   [Vota] [Riferisci errore]

CASTELLO DI BROLO (Messina)

Castello di Brolo (Messina)Era anticamente in quel luogo, secondo il Pirri, una vecchia torre chiamata "Voab" su di essa vi sarebbe stato, intomo al 1094, un privilegio del gran conte Ruggiero.
II grande castello che si vuole edificato al tempo di Federico II di Svevia, spiccava, dalla altura rocciosa in riva al mare su tutta la bellissima conca oggi ricca di ulivi e di agrumeti. Esso venne più volte restaurato ed arricchito dalla illustre famiglia Lancia della quale una donna, Bianca (o Beatrice), fu madre di re Manfredi di Svevia.
I Lancia che sin dal X sec. vantavano illustri progenitori (il primo a portarne il nome fu Manfredi, già marchese di Busca e conte di Loreto, poiché «lancifero» dell'imperatore, Federico Barbarossa) ebbero poi, nel 1686, il titolo di duca dal re Carlo II.
Sul 1392, in seguito alla ribellione di tale famiglia, rè Martino confiscò il castello ma sucessivamente re Alfonso d'Aragona, in segno di gratitudine per servigi prestatigli, lo rese a Pietro Lancia (1435 circa) e nel XVI secolo ne fu signore Girolamo Lancia Gaetani XIX marchese di Brolo, che lo ereditò assieme alle baronie di Ficarra, Galati e Piraino.
Il giovane Girolamo, prode e gioviale, era solito dimorare a lungo in questa sua prediletta residenza e di lui si narrano episodi ed imprese, tutti legati alla storia del castello.
Durò a lungo vivo il ricordo, tra tanti altri, di uno scherzo che egli fece a due padri missionari. Accolti al castello con grande rispetto e cortesia, il Lancia li costrinse però a soggiornarvi molti giorni, nutrendoli sempre di fave, variamente cucinate, per punirli di avere essi rifiutato, il primo giorno, tale pietanza. Li congedò infine, amabilmente, dicendosi felice per averli abituati ad un cibo «che tanto si addiceva alla astinenza del loro ministero».
Castello di BroloDi ben altra natura invece è la seguente impresa che fu di decisiva influenza sulla sua vita.
Mentre, dilettandosi di pesca, si trovava con la sua barca molto lontano dal castello, venne attorniato dalle galere di pirati turchi che effettuavano le loro scorribande lungo le coste di Sicilia, al comando di Kair-ed-din, detto Barbarossa per la folta barba rossiccia. Catturato da Oruccio (fratello del Barbarossa) e condotto in Berberia, vi rimase prigioniero per circa tre anni finché, secondo le leggi feudali dell'epoca, i suoi vassalli pagarono il prezzo di diecimila scudi per il riscatto.
Il Lancia umiliato da questa avventura, avido di vendetta, armate due galere drizzò le prore verso la costa nemica.
Ivi giunto camuffato da ricco mercante e truccandosi il volto con barba posticcia, imitando in tutto la foggia barberesca, con sottile astuzia riuscì a persuadere la moglie e la figlia del Barbarossa a recarsi sulle navi per visitare le sue mercanzie. Avutale a bordo spiegò le vele, conducendole prigioniere al castello di Brolo, dove esse vennero ospitate con gran galanteria.
Narrasi che la fanciulla, ricevuto il battesimo, si sia innamorata del giovane Lancia ed abbia avuto da lui diversi figli i quali, in seguito, avrebbero costituito un altro ramo della famiglia Lancia che, per distinguerlo da quello di Brolo, fu detto «delle Lance rotte e spezzate» o "delle Barberosse".
Nei primi del 1600 il castello fu venduto a Michele Spadafora marchese della Roccella ma poi ricomprato, tornò alla casa Lancia dalla quale pervenne ad Ignazio Vincenzo Abate Marchese di Lungarini, che lo acquistò ad asta pubblica, verso la metà del 1700. Successivamente fu della famiglia Musto che ottenne anche il titolo di marchese di Lungarini e signore di Brolo (1901). Comprato poi dalla famiglia Milio fu da questa venduto all'attuale proprietario On. Antonino Germana.
Di tutto il complesso edilizio che costituiva il sontuoso castello rimane soltanto la grande torre quadrata che ne era centro e parte preminente.
Il vano inferiore della detta torre era destinato alla guardia e da esso, attraverso una botola, per un passaggio sotterraneo era possibile l'eventuale fuga fino al mare che anticamente ne lambiva la roccia sottostante. Una scala a chiocciola conduce all'unica altissima sala, con bella volta a crociera, e alla soprastante terrazza, cinta da merlatura bifora. Sull'arco della porta, in un avanzo del muragliene di cinta del castello figura tuttora una rettangolare lastra di marmo con quattro stemmi e sopra altra porta di un secondo ordine di antiche mura che un tempo ne recingeva la parte centrale, un bellissimo scudo, anch'esso di marmo, con lo stemma dei Lancia (un leone rampante) e l'iscrizione:

«PRINCIPALIOR OMNIUM»

Questo orgoglioso motto riferivasi al diploma di rè Martino che nel 1404, confermando a Blasco Lancia il possedimento di Longi, dichiarava il casato dei Lancia di Brolo:

«PRINCIPALIOR ET MAJOR DE DOMO LANCEAE».

Durante l'ultima grande guerra, cannonate dal mare aprirono una larga breccia nella bella torre, che pure, ad onore dell'antico suo motto, resiste ancora alta e superba.



Castello di S. Alessio Visto: 990
Voti: 1   [Vota] [Riferisci errore]

CASTELLO DI S.ALESSIO (S.Alessio - Messina)

Castello di S. Alessio (S. Alessio - Messina)Oscure le origini di questo magnifico castello innalzato sul così detto «promontorio d'argento» lì dove «Cariddi fa li suoi ravvolgimenti in mare», come scrisse Filoteo Omodei confermando così l'interessante ipotesi che «Scilla e Cariddi» delimitassero l'intero stretto di Messina, nel senso della sua lunghezza.
Giovan Luca Barberi, nel suo «capibrevio», narra dell'«OFFICIUM CASTELLANIAE SIVE ALCAYDIE CASTRI SANCTI ALEXU CUM TUTTI DE PASSO» e del suo castellano che vi teneva «banco di giustizia».
Come Filoteo Omodei anche Camillo Camilliani lo ricorda nella sua opera del XVI sec.
Dalle poche notizie che si hanno di esso, si apprende che ne fu signore Artale de Angelica e successivamente, nel tempo degli aragonesi, Tommaso Romano, membro della casa Colonna (1452) al quale fu assegnato da rè Alfonso.
In seguito Antonina Romano Colonna lo portò in dote al marito Antonello Furnari e nel 1558 pervenne al loro figlio Nicolo.
Sul 1608 Ferdinando Furnari lo avrebbe venduto a Francesco Romeo dal quale, nel 1717 pervenne, per linea femminile, a Diego Paterno Castello dalla cui famiglia sarebbe poi passato a Giovanni Impellizzeri, loro discendente.
Nei primi del 1800 gli inglesi ne restaurarono le parti superstiti ed il bel muraglione, creandovi le strette feritoie.
Da tempo il castello appartiene alla famiglia Mauro ed oggi è proprietà del marchese Pietro Mauro.
Posto su una altissima rupe scoscesa dalla quale si specchia nel mare Jonio esso si compone di due costruzioni, (collegate da mura attraverso l'avvallamento roccioso che le separa) delle quali la più piccola ed avanzata è più antica mentre il corpo principale è oggi costituito da un elegante e poderoso muraglione a spirale, con regolare ordine di strette feritoie in ottimo stato.
Nella perenne suggestione del luogo, il castello da al viandante che vi sosta, come a G.Cesare Abba: «il desiderio di starsene sdraiato or su di uno spalto or su di un altro, guardando il mare attento, invecchiando adagio adagio, bevendo a sorsi la vita, il vino e le fantasticherie della mia testa».
 



Castello di S. Stefano Visto: 916
Voti: 1   [Vota] [Riferisci errore]

CASTELLO DI SANTO STEFANO (Taormina - Messina)

Castello di Santo Stefano - TaorminaDiverse sono le ipotesi sulle origini di tale piccolo, prezioso castello ma il Dillon (a differenza del Calandra che lo definisce opera del 1412) attraverso un accurato e approfondito studio, lo attribuisce all'ultimo periodo dei normanni, nel tempo di re Tancredi quando «Taormina divenne soggiorno di quei principi e luogo di convegno di sovrani in viaggio per l'oriente».
Comune infatti ai castelli di tale epoca esso ha la classica forma di «torre elevata» e cioè torre e palazzo insieme.
Anche il Maganuco (citato dal Dillon), a seguito di particolari osservazioni e ricerche, afferma che le sue origini sono certamente anteriori al 1400.
Il castello, incorporato nelle antiche mura della città (in quella parte oggi restaurata con esso), offre un raro esempio di singolare contrasto nel presentare i due lati che guardano all'estemo delle dette mura con aspetto di chiusa fortezza mentre gli altri due sono arricchiti da notevolissimi ornati in pietra bianca e nera, da una bella fascia di coronamento e deliziose finestre bifore con rosone.
Vi erano un tempo tre grandi sale sovrapposte, delle quali si conserva soltanto quella al piano terra con intatto il suo bel soffitto formante quattro piccole volte a crociera che poggiano su arcate, prima sostenute da una bellissima colonna centrale di granito ed oggi da un semplice pilastro.
Tutto in esso sembra riveli l'opera degli architetti arabi che vi profusero la loro arte.
Attuale proprietario Antonio de Spuches, principe di Calati, duca di Caccamo e di S. Stefano.
Da molti secoli il castello è proprietà di detta famiglia e non si conoscono di esso altri antichi signori ne si ha notizia di alcun episodio della sua lunga vita, nella storia o nella leggenda.



Castello di Santa Lucia del Mela - Video Visto: 1393
Voti: 1   [Vota] [Riferisci errore]

CASTELLO DI SANTA LUCIA DEL MELA (Santa Lucia del Mela - Messina)

Video by ViviSerra





Vedi anche...
[no related categories]

Copyright ©2007-2008 CastellammareOnline, ASPapp.com